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Politicamente Corretto 5: quando la censura vincola la creatività
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Politicamente Corretto 5: quando la censura vincola la creatività

by TheGallosMarch 10, 2020

“Il fine ultimo della tragedia è la catarsi. Protagonista e spettatore si purificano nella catastrofe, il primo punendosi per gli errori commessi, il secondo provando pietà per il protagonista stesso.

Il fine ultimo della commedia, invece, è la riflessione: lo spettatore ride per un atteggiamento dispettoso o immorale, ma al tempo stesso riflette e ne prende le distanze dicendo: ‘Io, al posto suo, non l’avrei mai fatto’” Aristotele, Poetica e Retorica

Ormai i prodotti videoludici possono essere considerati arte a tutti gli effetti: chi più, chi meno è entrato nell’immaginario collettivo e nella cultura pop. Assistiamo spesso a cutscene cinematografiche o comunque inquadrature ingame che denotano una certa cura ed una profonda conoscenza del mezzo della macchina da presa “virtuale”.

Un esempio abbastanza chiaro, oltre ai capolavori di Kojima – in cui sarebbe superfluo esaltare l’aspetto registico – è Devil May Cry, che spettacolarizza ogni singola azione dei personaggi ed esalta le inquadrature. Un altro, più datato, è Fear Effect, titolo di Playstation che, seppur acclamato, resta ancora di nicchia – a proposito, aspettiamo altre news sul remake.

Ma perché questo articolo si apre con un estratto di Aristotele? È presto scritto.

I media moderni prendono comunque spunto da arti antiche. Le rappresentazioni teatrali tragiche e comiche si basano sulla Poetica e sulla Retorica del filosofo Aristotele, che, a sua volta, compie una reminiscenza della poesia del IV secolo a. C.. Nel corso dei secoli questi elementi si sono evoluti ed hanno continuato ad ispirare ogni forma di intrattenimento.

Le serie tv crime che ci piacciono tanto, come Gomorra, sono reduci dalla tragedia shakesperiana, che riduce tutto ad un’ecatombe. Altre, più umoristiche, come Scrubs, attingono dalla commedia. Anche per i videogiochi vale lo stesso, benché in minima parte e con una struttura più complessa.

Recentemente, con l’arrivo di Persona 5 Royal, è stato riesumata una scena dell’originale Persona 5 e l’intero gioco, assieme al suo staff, è stato accusato di omofobia. Un’accusa piuttosto grave, scendiamo nel dettaglio della vicenda.

In un particolare momento della storia, il protagonista e Ryuji Sakamoto incontrano due personaggi omosessuali, che fanno apprezzamenti proprio su Ryuji. Il giocatore potrà scegliere se aiutare il personaggio secondario a sottrarsi a questa situazione. In caso contrario, Ryuji verrà portato via dai due omosessuali.

Alcuni si sono indignati in quanto ciò rimarca uno stereotipo degli omosessuali. È ovvio che discriminare in base alla sessualità è immorale, ma è anche ovvio che esistono tanti personaggi che rimarcano uno stereotipo ormai passato o che include una minoranza di quel gruppo di individui. Potremmo citare Tony Ciccione ed Apu de I Simpson – quest’ultimo oggetto di controversie – o anche il famosissimo Super Mario, idraulico di origini calabresi e che porta il nome del proprietario dello stabile originario di Nintendo. In effetti le sue esclamazioni (“It’s-a Me”, “Mamma mia!”) potrebbero dipingere negativamente gli italiani, considerati ancora sporchi, cattivi e ignoranti.

Autori e spettatori possono vedere un comportamento discriminatorio all’interno di un media e, al tempo stesso, prenderne le distanze nella realtà – rifacendoci ai fini ultimi di tragedia e commedia aristoteliche.

Se i videogiochi sono arte, come abbiamo supposto in testa all’articolo, allora devono esser liberi da vincoli. Dovrebbe essere chiaro che se un autore voglia solamente raccontare una storia, non è necessariamente a favore se vi siano personaggi omofobi o razzisti. Prendiamo ad esempio la saga di Grand Theft Auto, il protagonista è un criminale, ma lo scopo del gioco non è guidarci a diventare tali.

Rimanendo in tema Rockstar, anche Bully (Canis Canem Edit in Europa) è da prendere in considerazione: il bullismo presente nel gioco non ha il fine ultimo di appoggiare tale comportamento. Inoltre, dopo l’uscita di Red Dead Redemption 2, scoppiò la polemica riguardo ai giocatori che, vestendo i panni di Arthur Morgan, percuotevano gli NPC femministi: questo ha addirittura portato al blocco di qualsiasi contenuto visivo di queste scene da parte dei social.

Seguendo quest’ottica dogmatica, dovremmo dare fuoco ai quadri che ritraggono scene di uccisioni e torture,  perché ciò potrebbe potenzialmente urtare la sensibilità di alcuni individui, e usare l’arte solo per raccontare un mondo ovattato in cui non esiste la violenza. Si ricordi “La Strage degli Innocenti” di Guido Reni ripresa dal Vangelo secondo Matteo, in cui dei bambini vengono uccisi davanti le loro madri e le loro anime sembrano risalire in cielo (o, addirittura, costituiscono una sorta di struttura ciclica in cui le anime degli infanti sembrano guardare sé stessi venire uccisi). Il dipinto in sé è abbastanza crudo, in fondo ritrae dei minori perire per mano di altri uomini. Non per questo, però, il quadro viene censurato poiché ritrae scene feroci che farebbero inorridire le neomamme.

Spesso il pubblico si concede a un qualunquismo alquanto stucchevole: l’arte non deve veicolare necessariamente un messaggio, si pensi ad esempio a Death Stranding, in cui è evidente il tema dell’errabondo, che abbiamo analizzato in un precedente articolo. Esistono giochi che non danno insegnamenti morali al giocatore: è una vicenda, esiste come tale senza codici Da Vinci reconditi e da decifrare.

Se un invidividuo prende per positivi dei comportamenti scorretti visti in un film, in un libro o in un videogioco, la colpa è sua, non dell’autore o – peggio ancora – del media. Se l’unico videogioco è quello commerciale e di semplice intrattenimento, il pubblico sensibile può acquistare esclusivamente quello, ma è una sua scelta.

Prima di tutto, le opere andrebbero contestualizzate. Ci sono stati beceri film di propaganda fascista nel secolo scorso, ma ciò non implica che se si dia alla luce un videogioco sulla mafia con un protagonista rivoltante – che discrimina il prossimo in base alla sua sessualità o al colore della pelle – gli sviluppatori siano automaticamente a favore di tali atteggiameti criminosi. Anzi, l’ottica è doppiamente errata, in quanto, così facendo, è come se si negasse la presenza di individui omofobi e razzisti nel mondo, mentre un gioco di tale natura si basa proprio su uno spaccato di realtà, seppur rivoltante.

Come la sessualità, l’arte non è uno sportello reclami o un negozio in cui arriva il cliente – convinto di avere sempre ragione – trovando l’autore che china il capo e annuisce, servendo tutto ciò che il cliente stesso vuole. Ovviamente gli sviluppatori di Persona 5 si sono comportati egregiamente stilando dei chiarimenti e la loro presa di posizione contro l’omofobia. È anche giusto che si attengano alle direttive dei publisher. Tuttavia qualunque persona razionale dovrebbe capire che, con quel siparietto dei personaggi, gli autori volessero solo sottolineare il punto di vista errato degli omofobi, che vedono gli omosessuali come potenziali stupratori.

Il problema di questi avvenimenti è che una fetta di pubblico pretende di propagandizzare ogni cosa, che sia arte o altro.

Quando ci si scrollerà di dosso questo luogo comune-paraocchi, allora l’arte potrà esser davvero libera anche nei videogiochi. Che si smetta di far terra bruciata agli autori che vogliono raccontare la realtà o comunque focalizzarsi su una storia, senza dover insegnare necessariamente delle morali. Siamo nel 2020 ed è il momento di fare degli importanti passi avanti in questa materia.

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