La mostra sul videogioco alla Reggia di Venaria

Reggia di Venaria mostra videogiochi

Tutto comincia con un invito ad un vernissage. Ma cos’è un vernissage? Faccio questo lavoro da qualche anno e scopro sempre cose nuove sulle conferenze stampa e sulla terminologia che gira attorno a questi eventi. Quindi cos’è un vernissage? Una semplice ricerca su Google mi fornisce la risposta: l’inaugurazione di una mostra d’arte, la prima apertura per il pubblico. Bel termine, deriva dal francese. Lo userò più spesso d’ora in poi, anche fuori contesto e solo per la musicalità della parola. Vernissage, proprio quello.

La Reggia di Venaria ha organizzato questo vernissage (ormai la parola riecheggia nella mia mente) e l’occasione è unica. Play- Videogame, Arte e Oltre, una mostra interamente dedicata al videogioco e che ne risalta il suo valore culturale, artistico, politico e sociale. La cornice dell’allestimento dice molto dell’importanza mediatica e culturale che vuole essere trasmessa: la Venaria Reale è una reggia maestosa e antica della Casa Savoia. All’entrata siamo tantissimi tra blogger, giornalisti e addetti del settore, ci viene consegnata la consueta cartellina con tutto il materiale per la stampa. Si tratta di documenti ricchi di informazioni ufficiali e che viene data in consultazione ad ogni evento di questo genere: permette a chi scrive di avere sotto mano informazioni importanti e di riportarle quindi in modo corretto durante la stesura dell’articolo.

Questo articolo, nello specifico, è impostato come una narrazione personale dell’evento, anche per far capire a chi legge in modo trasparente come funzionano questi incontri. Vi auguro buona lettura e vi ricordo che la mostra Play- Videogame, Arte e Oltre è allestita sino al 15 gennaio 2023 alla Venaria Reale, per chiunque volesse andare a visitarla.

L’ingresso

Attraverso il lungo cortile della Reggia sotto il sole cocente, non ho idea di quanti gradi ci siano ma la mia percezione è di una fantozziana vampata di calore a 3000 gradi Fahrenheit. Per l’occasione, mi son detto, almeno pantaloni lunghi e una camicia a quadri. Non il massimo dell’eleganza e, sicuramente, non una scelta furba. Mi sarei pentito poco dopo di tutto ciò.

All’entrata ci viene consegnata la sopracitata cartellina stampa e un auricolare, per permettere alla guida, in questo caso lo stesso curatore della mostra Fabio Viola (Game Designer, Docente e fondatore del collettivo TuoMuseo), di accompagnarci nelle varie sale e di introdurre il contenuto. Siamo successivamente accompagnati in una sala “gremita di arzigogoli rarissimi” per citare Elio e le Storie Tese, nonché adornata di quadri, tipico dei Savoia e di chiunque volesse tirarsela all’epoca con gli altri nobili che arrivavano da fuori. “E ma io c’ho i quadri” si dicevano probabilmente l’un l’altro per far capire il loro prestigio. Nulla che possiamo capire oggigiorno, soprattutto noi che siamo cresciuti con i poster dei Nirvana attaccati con lo scotch, nel peggiore dei casi, e con il biadesivo, se avevamo il lusso di trovarlo in cartoleria. In ogni caso si rovinava il muro.

Comincia la conferenza stampa, siamo tantissimi. I direttori introducono la collezione che andremo a visionare poco dopo. Ciò che mi colpisce dei loro discorsi è la ripetizione di alcune parole, che mentre prendevo appunti ho considerato chiave e importanti da segnalare. Per descrivere la mostra sono state utilizzate spesso le parole “sofisticata”, “complessa” e “colta”. Non ne capivo il perché. Ho temuto che il taglio della mostra puntasse a rendere elitario il medium videoludico, erigendo muri piuttosto che abbatterli.

Per carità, una mostra sofisticata sul videogioco sarebbe senza dubbio stimolante e sono il primo a voler avere un dibattito di questo tipo quando parlo di videogiochi. Per quanto però i miei interessi possano vertere su quelle tipologie di discussione, non è questo il tono che mi aspetto da una mostra che ha come principale obiettivo quello di affermare a gran voce che il videogioco è una forma d’arte: la “decima forma d’arte”.

Sfida

La parola giusta che descrive la mostra non è né “complessa”, né “sofisticata” e né, tantomeno, “colta”; “sfidante” è la terminologia giusta. Delle tante utilizzate è questa che ho trovato più calzante una volta uscito dalla visita. Sfidante perché, a differenza del corrente dibattito sui videogiochi, prova a distaccarsi dal concetto di prodotto commerciale e propone una serie di riflessioni sull’impatto sociale del videogioco, sul processo creativo, sulla politica e l’estetica.

Tutto ciò è introdotto e spiegato non soltanto dalla guida, ma anche da una serie di pannelli distribuiti nelle stanze, che introducono gli argomenti in modo fluido, risultando facilmente comprensibili anche per un pubblico non addetto ai lavori e che ha la magnifica curiosità e volontà di conoscere o approfondire il mondo dei videogiochi.

conferenza stampa venaria
Conferenza Stampa

Il dilemma della Citroniera

La conferenza stampa, dopo una mezzora, giunge al termine e tra gli scroscianti applausi mi si avvicina uno dei referenti che stava distribuendo un foglietto a tutti i presenti in sala. Su questo biglietto è scritto: “La signoria vostra è invitata al light lunch alle ore 13.30 in Citroniera”. Io? Signoria Vostra? Sono lusingato! Non sono abituato a queste formalità e per quanto mi riguarda avrebbero potuto consegnarmi un bigliettino con scritto “vieni a fare aperitivo con noi dopo?” con pure il “Si” o “No” da crocettare con pennarello colorato carioca. Ero comunque soddisfatto di quell’invito, da bravo freelance ho letto le parole “light lunch” e ho capito che anche oggi avrei mangiato.

Il problema comunque non era l’eccesso di educazione o la possibilità di mangiare gratis, bensì l’arrivo, dopo vernissage, di un’altra parola a me sconosciuta. In questo caso però riguardava un luogo, la Citroniera. E adesso cos’è la Citroniera?

Anche in questo caso internet è stato mio amico e mi ha subito dato una risposta molto esaustiva: si tratta di un’ala o galleria di un palazzo, uno spazio costruito in una posizione soleggiata e pensata per sistemare le piante d’agrumi d’inverno. Si fa riferimento ad un posto molto specifico e che sono sicuro abbia cambiato destinazione d’uso negli anni. Insomma, per quanto avrei desiderato tale momento poetico non avrei certamente visto piante d’agrumi ad indicarmi la via. Ho imparato un’altra parola nuova, questo va detto, ma non avevo idea di dove potesse essere questa Citroniera. Avevo la quest, ma dovevo esplorare l’ambiente e ciò non mi era possibile. Comunque sarebbe stato un problema del me del futuro, poiché stava per cominciare la visita alla mostra.

mostra del videogioco Venaria
Stanza degli specchi

La mostra PLAY

Un grande schermo riproduce un’animazione a glitch dell’opera volto della locandina, ovvero Hiro del visual artist Silvio Giordano. Le dodici sale che si susseguono mostrano le somiglianze e i rimbalzi artistici dei videogiochi con altre forme d’arte. Si parte da Ico (Team Ico, 2001) e dei suoi richiami alle opere di Giorgio De Chirico come Enigma della partenza del 1914, arrivando anche a Rez (SEGA, 2001) e alla riproposizione di alcune geometrie di Vasilij Kandinskij come Rectangole orne del 1931. Non avrei mai creduto, prima di questo giorno, di poter vedere Gris e altre stupende opere videoludiche esposte in una mostra. Ho sentito, per un attimo, di essere di fronte ad un momento di svolta. Ho sentito lo stigma culturale frantumarsi come un bicchiere di cristallo alla voce di un cantante lirico. Anni di battaglie e discussioni, un respiro di sollievo.

La mostra continua mostrando anche le iconografie e le estetiche di alcuni dei videogiochi indie più famosi degli ultimi anni, con lo stile artistico ad acquerello ispirato alle opere di Conrad Roset di Gris (Nomada Studio), Monument Valley (UsTwo) e le sue geometrie ispirate a M.C. Escher, arrivando sino alle animazioni di Cuphead tratte dallo stile tipico dei cartoni animati anni ’30. Grande spazio viene dato anche per gli autori del videogioco, con l’esposizione di post-it originali della sceneggiatura di Red Dead Redemption scritti da Christian Cantamessa, le melodie di Jasper Kyd che hanno reso celebre Assassin’s Creed.

ico mostra videogioco
Ico (Team Ico, 2001), uscito in esclusiva PlayStation 2

Spazio politico e d’identità

Il pregio di questa installazione è la presenza di spazi che analizzano il videogioco come uno spazio politico, in cui vengono discusse le tematiche della contemporaneità, con postazioni in cui poter giocare Orwell (Osmotic Studio, 2016), Papers, Please (Lucas Pope, 2013), This War of Mine (11 bit studios, 2014) e Riot: Civil Unrest (Merge Games, 2019). Vi sono anche riflessioni sul videogioco come spazio per l’identità e per l’espressione della propria identità.

È esposta l’opera di Robbie Cooper Alter Ego (2003-2006), che mostra persone con al loro fianco il proprio avatar nel gioco di riferimento. Si manifesta la potenza di esprimere se stessi all’interno di una piazza virtuale, ponendo una riflessione su come vogliamo che altri giocatori e giocatrici ci percepiscano, sulla nostra identità di genere. Riflessioni importanti, necessarie e che richiedono tempo. Questo, infatti, è concesso: poco prima dell’uscita sono state adibite tre piccole stanze con vista sugli immensi giardini della reggia.

“I videogiochi sono mitologie contemporanee? Influenzano le identità collettive ed individuali? Sono uno spazio politico? Le architetture videoludiche sono reali o virtuali?” si trova scritto sui muri di quelle stanze. Questa opportunità per riflettere compresa all’interno della visita non è da dare per scontata, rappresenta il punto più meditativo dell’allestimento e fornisce al visitatore uno spazio tranquillo in cui interrogarsi e cominciare a comprendere, quindi, la profondità degli argomenti che i videogiochi riescono a sollevare.

alter ego mostra Venaria
Robbie Cooper, Alter ego (2003-2006)

Partecipazione

Vi sono inoltre delle sezioni in cui gli spettatori possono interagire con cabinati, console e postazioni PC in cui provare alcuni dei giochi esposti. Tutto questo per non perdere l’elemento cardine e di rottura del videogioco con tutte le altre arti, ovvero l’interattività. L’elemento di gameplay che, come dichiarato anche da Fabio Viola, decostruisce il concetto di spettatore andando “verso l’idea di spettAttore”, ma anche “l’ulteriore passaggio a spettAutore”, quando i giocatori creano mondi come nel caso di Minecraft o Roblox.

Nell’occasione del vernissage non c’era, purtroppo, tempo per giocare e vivere qualche attimo in più quell’ambiente.

kandinsky videogiochi venaria
Alla sinistra Vasilij Kandinski, Rectangle Orne (1931)

La quest per la Citroniera

La visita finisce e sono diverse le cose che non ci hanno mostrato, ma che saranno ovviamente disponibili al pubblico dall’apertura ufficiale. Ad esempio il Venaria Light Show: il grande gioco, in cui i visitatori interagiscono con una tastiera di quattro metri e con proiettate scenografie e immagini sulla facciata della Galleria Grande. Questo spettacolo è disponibile, peraltro, unicamente nelle aperture serali della Reggia.

Come primo giro è più che soddisfacente e la sfida di cui parlavano durante la conferenza stampa c’è stata, o io, per lo meno, l’ho percepita. Scendo quelle scalinate che avevano rappresentato, ironicamente e fisicamente, la mia prima sfida di questa mostra. Mi ricordo che ora c’è da completare la famosa quest per trovare la Citroniera, questo luogo mistico in cui, ero piuttosto certo, non avrei trovato agrumi. Tuttora credo sia questa la cosa che più mi ha traumatizzato di quel luogo che davo ormai per perso nel tempo e nello spazio.

Ero già pronto a girare a vuoto per la Reggia, perdendomi come in un livello labirintico di Doom o di ritrovarmi a viaggiare per architetture impossibili sullo stile di Monument Valley. Per quanto questo spettacolo lisergico fosse un’aspettativa piuttosto concreta nella mia mente, ho dovuto necessariamente scendere a patti con il fatto che da solo avrei trovato tutto fuorché questa benedetta Citroniera. Per fortuna, alla fine della scalinata, due guide ci chiedono se vogliamo fare un giro per la reggia prima di arrivare in Citroniera. Mi unisco, quindi, a questo gruppo di visita con altri blogger e giornalisti di altri siti, tra cui GamesVillage, Tom’s Hardware, Uagna.it, EsportsMag e Artribune. Cominciamo questo breve tour e colgo così l’occasione per visitare anche la reggia, nonché la galleria centrale celebre e visibile in alcuni film come The King’s Man – Le Origini.

Finalmente arriviamo nei pressi del fatidico luogo. Ahimé i miei sospetti erano fondati e degli agrumi neanche l’ombra. Al loro posto però, gioia gaudio, un buffet. Le chiacchiere informali con i colleghi che ho conosciuto, tutti molto gioviali, sono state meravigliosamente accompagnate da un sontuoso piatto di vitello tonnato piemontese, dalla pasta fredda e da un bicchiere di vino, forse, e metto le mani avanti, due.

Galleria Grande Reggia di Venaria
Galleria Grande, Reggia di Venaria

Perplessità e riflessioni

Questa mostra è un primo grande passo per cambiare la percezione sui videogiochi nel nostro paese e per dare il giusto risalto ad una forma d’arte sfaccettata come il videogioco, mostrandone la bellezza e la profondità. Come per un quadro è importante la cornice, anche per una mostra è importante il luogo che la ospita. Si percepisce il forte contrasto tra lo stile del videogioco e l’architettura della Reggia. Questi due elementi si scontrano e dialogano continuamente durante la visita. L’ennesima sfida, per riprendere la filosofia dei curatori. L’inconfondibile stile della Reggia risalta e dà lustro alla mostra e, al contempo, ne limita la potenzialità comunicativa.

Il videogioco è, per sua definizione, arte e cultura pop. Una cornice industrial o post-industrial avrebbe creato più armonia con il linguaggio e l’estetica del videogioco, riaffermando il contesto culturale di nascita in un’ambiente meno elitario. Una questione da non trattare con leggerezza e da indagare per future iterazioni o nuovi allestimenti. Eppure la dissonanza tra l’elemento settecentesco e l’arte digitale è centrale negli obiettivi della mostra. Ed ecco che i pixel si riappropriano di uno spazio che l’arte stessa aveva loro negato per tutti questi anni, una riappropriazione affascinante e trionfale.

Play- Videogame Arte e Oltre è un’esposizione incantevole e che rende giustizia ai videogiochi, ma che, purtroppo, non è esente dalle critiche. Ho cercato di dimenticare quel televisore che mostrava l’opera NFT Digital Growth – Flooded dell’artista Federico Clapis (2022), artisticamente suggestiva ma che se non ci fosse stato scritto che era un non fungible token non lo avrebbe notato nessuno. La tentazione di fare “tasto destro” e “salva con nome” era tanta. Insomma, non c’è da stupirsi del fatto che il mercato dell’arte sia comunque interessato a questi token e a tutto il mercato azionario che ne consegue.

Abbandonando i controversi NFT, la mostra non riesce a trasmettere in modo efficace la narrativa di videogioco come di un lavoro e sforzo collettivo, anzi in diverse stanze veniva ribadita la narrazione del cosiddetto star system e del sistema autoriale, che oscura un po’ l’immagine delle altre maestranze che hanno lavorato al videogioco e che lo hanno reso possibile. Al netto di ciò si tratta comunque di un evento notevole e che riempie il cuore di speranza. Un’ottima esposizione e approfondimento della decima forma d’arte, con il tentativo di condurla fuori dallo stigma che, purtroppo, permea ancora oggi la società e il dialogo politico. Vengono investigate le sue potenzialità, l’impatto sulla società, la sua storia e il suo valore comunicativo. Dietro questa mostra, e si nota, c’è grande passione e amore.

Prezzi e date della mostra

Play- Videogame, Arte e Oltre è allestita alla Reggia di Venaria, nella Sala delle Arti, è aperta al pubblico dal 22 luglio 2022 sino al 15 gennaio 2023. Il prezzo per la mostra, abbastanza accessibile, è di €14, ridotto €12 per i gruppi da 12 fino a 25 persone, e €8 per gli under 21 e universitari under 26. C’è anche la possibilità delle visite scolastiche, con il prezzo di ingresso a €4 e l’ingresso gratuito per l’accompagnatore o l’accompagnatrice.

La mostra è curata da Guido Curto, Direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, e dal Game Designer e Docente Fabio Viola.

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