Per la prima volta nella storia dei videogiochi, un videogioco, ovvero Mafia: Terra Madre è stato interamente doppiato in lingua siciliana.
Non un semplice esperimento, ma una scelta artistica e culturale che trasforma la voce in memoria, territorio e appartenenza. Con l’intervista di oggi abbiamo voluto approfondire tutti i retroscena dietro a questa scelta.
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Indice
Il doppiaggio di Mafia: Terra Madre
Mafia: Terra Madre (conosciuto internazionalmente come Mafia: The Old Country) è un videogioco d’azione con visuale in terza persona, sviluppato da Hangar 13 e pubblicato da 2K Games nel 2025.
Quarto capitolo ufficiale della celebre saga di Mafia, il titolo si presenta come un prequel della trilogia principale. È disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X/S e PC a partire dall’8 agosto 2025.
Terra Madre non è solo un racconto di criminalità e potere ambientato nella Sicilia dei primi del ’900, è un’opera che fa del doppiaggio il proprio cuore pulsante. L’assenza della lingua italiana, sostituita interamente dal siciliano, dona al gioco una forza espressiva unica, capace di restituire un senso di autenticità raramente visto nel panorama videoludico.
Il doppiaggio in Mafia: Terra Madre è un vero e proprio atto d’amore verso la Sicilia — un dialogo continuo tra storia, lingua e cultura. E come spesso accade quando l’arte incontra la verità, l’emozione arriva diretta, senza filtri: quella di un popolo che finalmente si riscopre anche attraverso la voce dei suoi personaggi.
Se siete curiosi di scoprire tutti i doppiatori coinvolti nel gioco, vi invitiamo a vedere la scheda completa del titolo.
Gli ospiti della nostra intervista
Ospiti di oggi della nostra rubrica delle interviste sono il direttore del doppiaggio del titolo Stefano Scamardella, insieme ai due protagonisti di Mafia: Terra Madre, ovvero i doppiatori professionisti Alessio Celsa (Enzo Favaro) e Daniele De Lisi (Cesare Massaro).
Tutto il lavoro ha regalato un risultato sorprendente, che unisce professionalità, passione e un profondo rispetto per le radici linguistiche dell’isola.

Intervista ai doppiatori di Mafia Terra Madre Enzo e Cesare e al direttore del doppiaggio
- Come hai iniziato la carriera come direttore del doppiaggio?
Stefano Scamardella
Allora, come puoi vedere dal proiettore qui dietro di me, sono appassionatissimo di cinema. Lo sono sempre stato, e infatti i miei studi sono stati proprio in questo ambito: ho studiato cinema.
Mi sono poi trovato, del tutto per caso, a entrare nel mondo del doppiaggio. Ho conosciuto sul set un’attrice che era anche doppiatrice e direttrice del doppiaggio, e ho iniziato a lavorare nel suo studio come assistente al doppiaggio, collaborando su alcuni film cinematografici — anche occidentali.
Ero completamente estraneo al mondo dei videogiochi, e questa è la parte interessante. Un giorno ho visto un annuncio su un sito — credo si chiamasse Sillabe, parliamo di parecchi anni fa — in cui cercavano un direttore del doppiaggio.
Ho risposto all’annuncio e sono stato preso. Da lì è partito tutto. Molto semplice. Ormai sono passati quasi dieci anni.
Alessio Celsa

Mi sono avvicinato al mondo del doppiaggio, forse, nella maniera più pura: quella di un bambino che scopre che gli attori americani, in realtà, non parlano in italiano. Da lì è nata la curiosità.
Avevo anche una naturale predisposizione per l’imitazione — da piccolo imitavo tantissimo — e il doppiaggio, in fondo, è un processo imitativo. Quella capacità mi è tornata utile in futuro.
Facendo un salto in avanti nel tempo, a 21 anni mi ritrovo all’Università di Palermo a studiare Statistica per l’analisi dei dati. Mi accorgo però che non era quello che volevo fare nella vita. Per puro caso, un’amica mi dà un volantino di una scuola di doppiaggio, e lì conosco un insegnante in particolare: Alessandro Valenti. Non lo ringrazierò mai abbastanza, perché mi ha dato le basi e mi ha trasmesso molto.
Fu proprio lui a consigliarmi di trasferirmi a Roma per studiare e imparare tutto ciò che serviva. Tra le altre cose, mi disse che sarebbe stata fondamentale anche una base attoriale, da costruire con il teatro.
Così ho seguito laboratori teatrali con Davide Lepore e Franco Mannella, e nel frattempo frequentavo l’Accademia del Doppiaggio di Ansante e Roberto Pedicini.
Una volta terminata l’Accademia, ho iniziato pian piano a girare per gli studi, con un po’ di timidezza, chiedendo di poter fare provini o assistere alle sessioni. Da lì, è iniziato un po’ tutto.
Daniele De Lisi
Ho sempre avuto una passione sfegatata per tutto ciò che ha a che fare con i microfoni. Da bambino avevo sempre con me un registratore vocale o una videocamera: era una passione che pensavo si sarebbe fermata lì, senza diventare qualcosa di più.
Poi, durante le superiori, ho partecipato per caso a un laboratorio teatrale e ho scoperto che il mondo della recitazione era davvero interessante, anche se fino ad allora non l’avevo mai preso in considerazione seriamente.
Un giorno ho trovato un annuncio su un giornale locale: c’erano le selezioni aperte per la scuola di recitazione Perché Theaters, la prima che ho frequentato. Il caso ha voluto che, in quel periodo, incontrassi in un supermercato un amico di mia sorella che mi ricordò proprio di quell’audizione.
Mi disse: “Ma lo sai che ci sono le selezioni?” e io risposi: “Sì, lo so… ma non so se mi interessa davvero.” Lui insistette: “Prova, dai, che ti costa?” Alla fine ho deciso di fare l’audizione: è andata bene, mi hanno preso, e da lì ho iniziato a capire che effettivamente era qualcosa che mi appassionava.
Dopo un po’ di tempo sono entrato al Teatro Stabile di Palermo – Teatro Biondo, e lì ho conosciuto Giuliano, durante lo spettacolo L’uomo, la bestia e la virtù, con la regia di Fabio Grossi. All’epoca pensavo già al doppiaggio, ma non era come oggi: non c’erano tutti gli strumenti per informarsi facilmente. Io riconoscevo le voci, ma non riuscivo ad associarle ai nomi e ai cognomi.
Quando Gianni è andato in scena — tra l’altro insieme a Carlo Valli — mi si sono improvvisamente materializzati davanti Robin Williams e il Signor Sheffield de La Tata.
Da quel momento ho iniziato a torturare Gianni con domande, in particolare su come funzionasse il doppiaggio. Poi siamo diventati amici, e lui mi ha detto: “Se davvero vuoi farlo, finisci la scuola e poi parti per Roma. Buttati.”
E così ho fatto. Da lì, piano piano, questa passione è diventata un lavoro. Ormai sono più di sedici anni che faccio questo mestiere.
Il doppiaggio in siciliano di Mafia: Terra Madre
- Mafia: Terra Madre nasce con una scelta artistica ben precisa: raccontare la Mafia in Sicilia a inizio 1900. Raccontaci la genesi e la responsabilità di dirigere un prodotto interamente in lingua siciliana.
Stefano: La prima volta che ho saputo del progetto, come tutti i miei colleghi che poi hanno lavorato alla produzione, ho pensato: “Minchia… questi sono pazzi! Ma che cosa vogliono farci fare?”
Poi però è diventata una sfida bellissima, che abbiamo accettato con grande entusiasmo. Mi è piaciuto tantissimo accettarla, davvero. Siamo partiti con i casting: è stato un processo più lungo e complesso del solito, ma anche molto più soddisfacente.
Il peso e la responsabilità di un progetto del genere li abbiamo sentiti sempre, anche in sala, mentre lavoravamo insieme agli attori. Sapevamo di avere una grande responsabilità e abbiamo dato tutti il massimo — forse anche più del massimo. Eravamo sempre super entusiasti e concentrati, e abbiamo lavorato in questa direzione dall’inizio alla fine.
Antonello: Sono stati scelti a priori solo attori siciliani o da tutta Italia?
Sì, stavolta abbiamo deciso di puntare solo su attori siciliani. Il progetto partiva proprio dalla Sicilia: Alessio e Daniele lo sono, ma la cosa curiosa è che, nonostante il legame che oggi abbiamo creato, prima di Mafia Terra Madre non ci conoscevamo affatto. È stato proprio questo lavoro a farci incontrare.
Il casting lo abbiamo iniziato allo studio Jingle Bells, tutti insieme: io, Comolli, Carlo Cravino, Dario Sansalone, Alice… insomma, tutto il gruppo si è attivato da subito per cercare attori siciliani. Abbiamo chiesto in giro ovunque e trovato tantissimi talenti, che poi abbiamo chiamato ai provini.
In realtà abbiamo avuto anche una buona dose di libertà: siamo stati noi a proporre le voci per ogni ruolo, e le nostre scelte sono state ascoltate e approvate. Rispetto ad altri progetti, direi che questa volta c’è stata molta più fiducia nelle nostre decisioni artistiche.

Il doppiaggio di Enzo Favara in Mafia Terra Madre
- Come hai lavorato per dare corpo a Enzo in lingua siciliana? Ci hai messo del tuo, o ti sei basato sulle indicazioni dei direttori del doppiaggio?
Alessio: Mi sono affidato praticamente del tutto a Stefano, che aveva ben chiaro il quadro generale del progetto. In generale, quando lavoriamo, ci affidiamo completamente al direttore del doppiaggio: è lui a guidarci nel modo giusto.
Ci ho messo sicuramente anche qualcosa di mio, sì, ma si cerca sempre di restare il più fedele possibile a ciò che ha fatto l’attore originale. In teoria, il nostro compito è proprio quello: trasmettere ciò che l’attore ha già espresso nella sua interpretazione.
In questo caso, ho dovuto anche rispolverare un po’ il mio siciliano. Negli anni, per motivi di dizione e articolazione, avevo dovuto contenerlo e gestirlo meglio, quindi è stato come rimetterlo in moto. Mi sono ispirato soprattutto alle chiacchierate con le mie nonne, più che al modo di parlare dei miei amici: era un linguaggio più autentico, più vicino a quello richiesto dal personaggio.
L’attore originale era davvero bravo, e questo mi ha aiutato molto nel seguirlo e nel trovare la giusta intonazione. È stata un’esperienza meravigliosa: ritrovarmi in sala a recitare in palermitano è stato quasi liberatorio.
Penso che questa sensazione l’abbiano provata un po’ tutti: fare doppiaggio e recitazione nella propria lingua — perché sì, il siciliano è a tutti gli effetti una lingua — è qualcosa di profondamente bello.

Il doppiaggio di Cesare Massaro in Mafia Terra Madre
- In che modo hai costruito l’identità vocale di Cesare in lingua siciliana? Ti sei affidato principalmente alla tua sensibilità o alle indicazioni dei direttori del doppiaggio? Inoltre, avete avuto modo di doppiare insieme o solo in colonna separata?
Daniele: Abbiamo registrato in colonna separata, ma questo accade spesso anche nel cinema e nelle serie: è una questione di tempi, ma anche economica. Per me l’impatto è stato devastante, in senso positivo.
Quando ho realizzato di poter, come diceva Alessio, recitare nella mia lingua, aprendo totalmente i rubinetti, mi sono detto: “Ma quando mi ricapita una cosa del genere?”.
Così ho cercato di richiamare alla memoria tutto quello che facevo ai tempi della scuola. Io ho frequentato lo scientifico sperimentale all’interno dell’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Volta di Palermo, dove c’erano circa duemila studenti provenienti da ogni zona limitrofa. Tutti parlavano con accenti diversi, anche fuori Palermo.
Quindi ho provato a ricostruire quella memoria linguistica, perché a casa mia sì, mio padre aveva un accento palermitano, ma in famiglia si parlava prevalentemente in italiano. Ho rispolverato tutto ciò che ricordavo di quei tempi, chiaramente sotto la supervisione di Stefano, che mi guidava durante le registrazioni.
Era davvero troppo bello per essere vero: avevo una sensazione di libertà, ma allo stesso tempo cercavo di non esagerare — come si dice, “sennò poi finisce a schifìo”.
È stata un’esperienza incredibile, con la consapevolezza di fare qualcosa di diverso dal solito. Avevo anche un po’ di paura, perché non sapevamo come il pubblico avrebbe accolto una cosa del genere. Era pur sempre un esperimento: un videogioco interamente in siciliano non si era mai visto.
Poi, ragionandoci, tutto aveva perfettamente senso: la storia è ambientata in Sicilia, i personaggi sono siciliani, e le battute erano scritte e adattate in quel modo. Non potevi dirle diversamente. Il risultato è stato una delle esperienze più divertenti e stimolanti che mi siano mai capitate nel doppiaggio. Devo essere sincero: mi sono davvero divertito tantissimo.
- C’è una scena in cui, doppiando, vi siete immersi nel dramma di Cesare e Enzo e che ricordate più di altre?
In questa risposta troverete degli spoiler sul gioco.
Alessio: A questo punto direi che il momento più particolare è stato sicuramente quello in cui mi sono reso conto di come effettivamente finiva la storia. Scoprire che Enzo veniva pugnalato — e per di più da un amico — è stato un colpo.
La cosa più bella è stata girarmi verso la regia e vedere le facce di Stefano e di Nicole, la fonica, che aspettavano la mia reazione. Non sapevo cosa stesse succedendo fino a quel momento, e quando l’ho realizzato è stato davvero intenso.
Anche l’inizio del ruolo è stato un momento importante. Insieme a Stefano abbiamo cercato di capire in che modo dare vita a Enzo, seguendo sì l’attore originale, ma anche costruendo una sua crescita. Parliamo di un personaggio che parte dalle miniere di zolfo e piano piano sale fino ai vertici dell’organizzazione criminale.
Rendersi conto di quel percorso, e trovare il modo giusto per rappresentarlo, è stato un momento molto intenso per me.
Daniele: Anch’io ricordo bene quella scena, perché ovviamente ci sono anch’io. Quando ho realizzato cosa stava accadendo, mi sono girato verso di loro — Stefano e Nicole — e in quel momento ho capito davvero come il pubblico avrebbe vissuto quella sequenza.
Ho pensato a come avrebbero percepito l’evoluzione di Cesare, che è stata interpretata in maniera straordinaria da Christian Tidona. Devo dire che mi ha spiazzato, non me l’aspettavo sinceramente.
Ma la scena che mi è rimasta più impressa, e che mi ha devastato dal punto di vista del divertimento, è stata quella diventata poi virale: la famosa scena della canzone — diciamo quella delle minnazze, per capirci. È stato un momento esilarante e pieno di energia.
Inviterei tutti a esplorare un po’ di più quella parte, perché nell’audio ci sono piccoli dettagli e chicche che magari sfuggono se si va dritti verso la missione principale. In realtà, lungo tutto il gioco ci sono tanti momenti del genere, non solo per il mio personaggio ma per tutti: piccole perle che meritano di essere ascoltate.
Complessivamente, direi che tutto il lavoro mi è rimasto dentro: ogni fase, dalle cinematiche alle sessioni di doppiaggio, è stata coinvolgente. L’ho vissuto pienamente, con quel trasporto che bisogna avere quando ci si immerge in un personaggio. E questa, alla fine, è la parte più bella di tutto.
Il doppiaggio tramite l’onda Sonora
- Mafia Terra Madre è stato doppiato seguendo l’onda sonora oppure avevate a disposizione qualche cinematica di gioco? Inoltre, quanti dialetti siciliani sono stati utilizzati, oltre al palermitano?
Stefano: Lo abbiamo doppiato come un film, proprio come si fa per il cinema. Anzi, penso sia stata la prima volta — o una delle prime — in cui mi sono impegnato davvero a stampare il copione e tenerlo in forma cartacea, esattamente come si fa in sala quando si lavora a un film cinematografico.
Questo ha permesso agli attori di annotare, sottolineare e prendere appunti, e ci ha aiutato a lavorare in maniera molto precisa anche sui tempi.
Ci tengo a dirlo: siamo stati messi nelle migliori condizioni possibili per fare questo lavoro, e lo abbiamo portato avanti con calma, senza fretta, curando ogni dettaglio.
Antonello: Quanto tempo è durata la lavorazione del gioco?
Stefano Scamardella: Mafia: Terra Madre non è lunghissimo come titolo, quindi non parliamo di un doppiaggio interminabile. Abbiamo iniziato intorno a novembre o dicembre, e credo che i ragazzi abbiano finito verso maggio — ovviamente lavorando a blocchi, non in modo continuativo.
Se non ricordo male, si è iniziato addirittura tra ottobre e novembre, perché c’era di mezzo anche il mio compleanno! Le cinematiche del gioco sono quasi quattro ore in totale, e noi le abbiamo avute integralmente, cosa che è stata una grande fortuna.
Per quanto riguarda il discorso dialettale, la questione è un po’ più complessa. In una prima fase del casting ci era stato chiesto dal cliente di doppiare il gioco interamente in palermitano, quindi abbiamo cercato attori provenienti da Palermo.
Non siamo però riusciti a trovare solo palermitani per tutti i ruoli principali — e, tra l’altro, in quel momento non conoscevamo ancora bene la storia, quindi la fase di pre-produzione era ancora molto embrionale. Quando abbiamo finalmente avuto tra le mani la sceneggiatura e il cast definito, ci siamo resi conto che si poteva differenziare.
Tutto è partito da Don Spadaro, interpretato magistralmente da Alessandro Messina, che è catanese. Leggendo il copione, mi ero accorto che si diceva proprio che gli Spadaro “venivano da lontano”, e quindi ho deciso di non snaturare il suo accento: abbiamo lasciato Messina catanese, e lo stesso vale per i suoi scagnozzi — Il Merlo e L’Ombra — entrambi doppiati da Dario Battaglia, che interpreta tutti e due i fratelli.
Dario, essendo palermitano, aveva inizialmente un’altra inflessione, ma gli ho chiesto di modificarla per adattarla al catanese, così da mantenere coerenza con il personaggio principale.
Il resto del cast include anche attori nisseni, e probabilmente altri provenienti da diverse province — Agrigento, Trapani — ma non saprei dirlo con precisione. Alcune sfumature dialettali sono nate in modo spontaneo: ognuno ha portato un po’ del proprio accento, del proprio modo di parlare.
Fin dall’inizio ho detto a tutti: “Se c’è qualcosa nel copione che non vi convince, se una parola non la sentite vostra, cambiatela. Sentitevi liberi.” Ho preferito perdere un po’ di controllo — ma in senso buono — per guadagnare in autenticità e realismo.
Alla fine, anche se l’idea iniziale era quella di uniformare tutto sul palermitano, il risultato è stato un mosaico linguistico vero e vivo, e credo che sia proprio questa la forza del doppiaggio di Mafia: Terra Madre.

- Siete soddisfatti del lavoro svolto nei panni di Enzo e Cesare? Cambiereste qualcosa a livello interpretativo?
Daniele: Guarda, io tendenzialmente sono un professionista molto autocritico. Qualsiasi cosa faccia, riascoltandomi, trovo sempre un dettaglio che avrei potuto migliorare.
Però con il tempo ho capito una cosa: nel mondo dell’arte la perfezione non esiste, quindi non ha senso rimuginare troppo. Oggi mi affido totalmente a chi mi dirige, perché è così che deve essere. Mi godo il risultato finale, e devo dire che sono molto soddisfatto del lavoro fatto.
Mi sono divertito tantissimo. Sto ancora giocando al titolo — anche se cerco di non spoilerarmi troppo — e mi sto godendo il doppiaggio da un punto di vista diverso, anche osservando le reazioni dei giocatori e degli streamer online.
Ti dico la verità, prima ignoravo completamente il mondo di Twitch e di chi gioca in diretta, ma lo trovo davvero affascinante. Adesso ci sto giocando, sono arrivato circa a metà, e mi sto godendo il risultato di un lavoro di squadra di cui vado molto fiero.
Stefano: Vorrei aggiungere, Antonello, che per entrambi — sia per Alessio che per Daniele — Mafia Terra Madre è stato il primo grande videogioco a cui hanno lavorato. E il fatto che abbiano raggiunto questo livello di interpretazione al primo progetto del genere è una cosa davvero notevole.
Con l’onda sonora, poi, non avevano molta esperienza — anzi, praticamente nulla — e proprio per questo il risultato finale è ancora più merito loro. Sono stati bravissimi, e lo dico con grande convinzione.
Alessio: Sì, anche per me questo è stato il mio primo videogioco, e mi sono affidato completamente alle sapienti mani di Stefano, che è stato davvero eccezionale.
Ho avuto tanti direttori in carriera, anche se non nel doppiaggio videoludico, ma con lui ho visto una passione e una cura per il dettaglio davvero rare. Ci siamo soffermati su ogni sfumatura, su ogni scelta interpretativa.
Tornando alla domanda, in realtà non sono quasi mai pienamente contento di ciò che faccio — è quella mania di perfezionismo che mi accompagna da sempre. Ma nonostante questo, ho giocato Mafia: Terra Madre, l’ho finito, e devo dire che è stato particolare ritrovarmi a giocare con… me stesso che parlava! Una sensazione strana ma bellissima.
Sono assolutamente soddisfatto del risultato, e lo vedo anche dalle reazioni delle persone. Mi è capitato di guardare alcune live di giocatori, e la cosa più gratificante è stata vedere le loro emozioni: ridere, piangere, commuoversi.
Nel doppiaggio, normalmente, non abbiamo mai modo di vedere come il pubblico reagisce davvero al nostro lavoro: noi registriamo, e basta. In questo caso, invece, abbiamo potuto osservare le reazioni in tempo reale, ed è stata una sensazione meravigliosa. Capire che quelle emozioni passavano, che arrivavano davvero, è stata la soddisfazione più grande.
L’importanza delle tempistiche nelle produzioni
- Quanto pensate che la passione e il tempo dedicato al doppiaggio possano cambiare la percezione di un videogioco, e magari spingere anche altri sviluppatori a credere di più in questa forma d’arte?
Stefano: Tantissimo, davvero tantissimo. Come ci siamo detti anche oggi, credo che questo progetto porti con sé un messaggio molto importante — non solo per noi, ma anche per gli sviluppatori e le case di produzione che spesso tagliano il doppiaggio o scelgono di non localizzare i giochi nella nostra lingua.
Un doppiaggio fatto con passione, amore, cura e professionalità, con tutti i crismi del mestiere, può diventare un elemento che trascina il gioco, anche a livello di vendite e di diffusione. È un messaggio forte, ed è bello sapere di averlo trasmesso. Siamo davvero felici di averlo fatto.
Daniele: Credo che questa sia una delle prime volte — o comunque una delle poche — in cui si parla così tanto del doppiaggio di un videogioco. Di solito questo aspetto passa un po’ in secondo piano, e invece stavolta il nostro lavoro è stato riconosciuto e apprezzato, il che è bellissimo. L’impatto del doppiaggio sulla riuscita di un prodotto è enorme, sia nei videogiochi che nel cinema.
Quando un progetto viene realizzato con i tempi giusti, dando lo spazio necessario agli attori per esprimersi e al direttore per guidarli, il risultato è completamente diverso.
Il pubblico lo percepisce, e lo apprezza. È un aspetto molto importante, soprattutto oggi, in un periodo in cui vediamo l’intelligenza artificiale provare a dominare tanti ambiti. La differenza, però, la fa proprio la cura del dettaglio, l’attenzione al particolare, alla sfumatura. Quello è qualcosa che una macchina non potrà mai riprodurre davvero.
Alessio: Sì, e noi fortunatamente abbiamo avuto parecchio tempo per lavorare su questo progetto — cosa che non succede così spesso.
Avere il tempo di concentrarsi sui dettagli, di cercare quel guizzo nelle parole, quel piccolo tocco personale, fa una grande differenza. In base a ciò che arrivava dal materiale originale, siamo riusciti ad aggiungere qualcosa di nostro, e questo secondo me ha migliorato la qualità complessiva del lavoro.
Anche la risposta del pubblico lo dimostra: ho letto tantissimi commenti sotto i video che dicevano “Lo compro solo per il doppiaggio” oppure “Il doppiaggio è la vera star del gioco”. Sono cose che fanno davvero piacere, ma dovrebbero anche far riflettere sull’importanza del tempo da dedicare a questa arte.
Il doppiaggio, quando è curato e rispettato, eleva il prodotto in un modo che il pubblico percepisce immediatamente.
- Ogni produzione lascia dietro di sé dei ricordi indelebili: c’è un episodio, divertente o toccante, che porterete con voi come simbolo dell’esperienza vissuta su Mafia: Terra Madre?
Alessio: La scena di cui parlavamo prima, quella in cui i personaggi sono tutti un po’ ubriachi e c’è la famosa canzone, è stata davvero esilarante. Enzo in quella sequenza non canta, fa solo qualche intervento, ma la voglia di Stefano di farmi sentire la canzone era talmente grande che me l’ha fatta ascoltare lo stesso.
Sin da subito ci siamo resi conto che quella sarebbe diventata probabilmente una “hit dell’estate”! E infatti, dopo averla sentita, abbiamo avuto qualche difficoltà a riprendere a lavorare da quanto ci stavamo divertendo.
Stefano: Io ho riso per tutto il tempo! Devo ringraziare Giuseppe Lino, che interpreta Leo Galante ed è anche il genio che ha scritto le parole di quella canzone.
Il mio aneddoto è proprio questo: sul copione, in quella scena, c’era scritto semplicemente “La la la la la”. Facciamo partire il file, e invece dentro c’era un brano in inglese non tradotto. Così abbiamo deciso di improvvisare tutto in sala, sul momento, ed è venuto fuori qualcosa di fantastico.
Ringrazio davvero Giuseppe, se ci sta leggendo, perché quella è stata forse la giornata più bella in sala — anche se, a dire la verità, sono state tutte bellissime. Quando Alessio e Daniele parlavano delle emozioni che hanno visto nelle live, con i giocatori che ridevano o si commuovevano, beh… sono le stesse emozioni che abbiamo provato noi in sala.
Io non ho solo riso: mi è capitato più volte di commuovermi durante il doppiaggio. A volte mi giravo per non farmi vedere da loro! E quando succede questo, significa che l’opera è riuscita davvero.
Daniele: Io porto con me la grande emozione di aver visto le reazioni del pubblico, perché ho seguito tantissime live e videogiocatori, proprio per curiosità. Vedere la gente commossa durante il finale mi ha toccato profondamente. Spesso mi sono ritrovato a rivedere quelle scene solo per osservare le loro reazioni, che erano sempre le stesse: emozione, sorpresa, partecipazione.
C’è anche la musica finale, che è meravigliosa. Tutto contribuisce a creare un’emozione autentica, e credo che questa sia la cosa più bella che un attore possa provare: vedere la soddisfazione del pubblico e capire che il proprio lavoro ha lasciato il segno.
In più, è raro che si parli così tanto del doppiaggio, quindi sapere che è stato così apprezzato mi riempie ancora di più di gioia e orgoglio. Tengo sempre a sottolinearlo: il doppiaggio è un lavoro di squadra. Dal direttore al fonico, fino a chi si occupa del mix e della post-produzione: ognuno ha dato il massimo, e il risultato artistico, secondo me, è davvero bellissimo.
Stefano: Abbiamo lavorato anche con molti attori che non erano doppiatori di professione. Qui davanti avete due doppiatori esperti, ma tanti altri provenivano dal teatro, dal cinema o da esperienze diverse. Eppure l’amalgama è venuta benissimo.
Colgo l’occasione per fare due nomi in particolare, perché sono stati tra le mie più grandi soddisfazioni: Luca e Leo, che si sono ambientati subito in sala e davanti al microfono, riuscendo a creare personaggi perfetti.
Un’altra cosa importante riguarda la coordinazione tra tutti: anche quando lavoravamo sull’onda sonora — che rappresentava circa il 70% del gioco, mentre il restante 30% era video completo — il risultato è stato sorprendente.
Ci sono scene in cui sembra davvero che gli attori si rispondano nello stesso luogo, anche se hanno registrato in giorni diversi. Questo perché avevamo parlato e compreso a fondo ogni scena, condividendo le emozioni e restando sulla stessa lunghezza d’onda.
E sì, temo che alcune cose siano state tagliate dal gioco. Ricordo, ad esempio, che Daniele aveva cantato per nove minuti consecutivi — tre file da tre minuti ciascuna, con la canzone integrale!
Avevamo fatto anche altre versioni insieme a Giuseppe, che purtroppo non ho più sentito nel gioco.
Perciò approfitto per fare un appello alla Hangar 13: Peppino, vi prego, tirate fuori quelle registrazioni! Ce n’era una, in particolare, che era la migliore di tutte. Magari un giorno potremo riascoltarla, anche tutta sporca, com’è nata in sala.
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Classe 93, dall'animo nerd, da sempre appassionato del mondo videoludico. Alcune leggende sostengono sia nato con un controller in mano. Negli anni scopre di avere una particolare predisposizione per le interviste. Odia più di ogni altra cosa la console war.
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