Ghostwire Tokyo, di spettri e di neon – Recensione

Ghostwire Tokyo
Informazioni sul gioco

Ogni città di questo mondo ha le sue storie. Non tutte sono epiche fondazioni o mirabolanti imprese, ma ci sono anche le tanto sotterranee leggende urbane. Quelle dicerie che si sono talmente diffuse da aver poi avuto un’influenza vera e propria. Sono storie che solo chi vive la città può capire fino in fondo. Ghostwire Tokyo, nuovo titolo di Tango Gameworks e Bethesda, propone ai giocatori un viaggio attraverso la tradizione giapponese e il suo folklore. Ma, cosa ancora più preziosa, offre anche uno sguardo più intimo e personale in una delle città più affascinanti del globo. Quindi, non perdiamoci troppo in chiacchiere e andiamo ad analizzare il gioco punto per punto.

Per questa recensione, è stata provata la versione PC di Ghostwire Tokyo su una configurazione di prova categorizzabile come di fascia media.

 

La storia, Akito e KK

Il comparto narrativo di Ghostwire Tokyo si presenta subito semplice da decifrare: tutti i cittadini di Tokyo sono scomparsi nel nulla. Dei loschi figuri con indosso una maschera di Hannya (celebre maschera del teatro tradizionale giapponese Noh) stanno portando avanti un rituale, sacrificando le anime degli abitanti. Una fitta nebbia, molto simile a quella della Monza Brianza, si diffonde per le strade, racchiudendo le vie della città in una coltre invalicabile.

Spettri maligni vengono allo scoperto, infestando la città e mettendola sotto scacco. I visitatori, così vengono chiamati, spargono il caos e terrorizzano le povere anime rimaste nel capoluogo. In questo scenario apocalittico, l’anima dell’investigatore del paranormale KK vaga alla ricerca di un corpo ospite, trovando le morenti spoglie del giovane Akito. I due, nonostante i primi comprensibili punti di scontro, cominciano a sviluppare una buona sinergia e sono intenti a risolvere questa situazione con l’utilizzo dei poteri di KK.

Ghostwire Tokyo ha, quindi, una trama abbastanza lineare. Il susseguirsi delle vicende riesce ad intrattenere senza troppa difficoltà, ma alla fine risulta un po’ sciapo. La caratterizzazione dei personaggi e i loro dialoghi sono di grande valore e riescono man mano a costruire personalità complesse ed intrecci profondi. Nelle 14 ore di gioco, solo per gli eventi principali, il risultato è una storia senza infamia e senza lode. È un peccato soprattutto viste le fondamenta su cui poggia l’intera opera, c’era tutto il materiale per costruire un plot più articolato e sagace: potenziale non sfruttato.

Ghostwire Tokyo

In giro per Shibuya

A riequilibrare una trama nella media è la costruzione degli ambienti di gioco: il contenitore dell’avventura. È possibile esplorare una piccola fetta di Tokyo che si allargherà man mano che verrà dipanata la nebbia tossica. Un free roaming incredibilmente vasto e dettagliato, in grado di regalare attimi di genuino intrattenimento negli spostamenti. Gli sviluppatori, infatti, sono riusciti a ricreare magistralmente il quartiere di Shibuya, famoso per il suo iconico attraversamento pedonale. Ma non solo, sono anche riusciti a dipingere degli scenari tetri e visivamente accattivanti.

Svariate volte è possibile sussultare davanti a uno spettro o percepirne l’incombente arrivo dal mutamento di alcuni dettagli scenografici. Questa forse è la più grande ricchezza dell’ultima opera di Tango Gameworks, che è stata capace di costruire una mappa di gioco ricca di dettagli e landmark riconoscibili, ma altresì un luogo che dialoga con il giocatore e che da l’impressione di essere vivo. Un esempio possono essere le luci dei lampioni, il cui colore cambia repentinamente se in procinto di essere individuati dai visitatori o se questi hanno già scoperto la nostra posizione: le strade si illuminano all’improvviso di giallo o rosso.

La sensazione di città viva è lampante soprattutto dalle missioni secondarie, variabili per durata e uniche per tematica. I giocatori, esplorando la giungla urbana, possono investigare e risolvere i problemi di alcune anime comuni rimaste ancorate al piano materiale. In quelle missioni si nota la cura certosina dedicata, ovvero parte di quell’intimità che si accennava in apertura a questo pezzo. In queste circostanze vengono esplorate altre leggende urbane e dicerie, ma anche storia, religione e folklore giapponese: un ambiente di gioco che senza reticenza possiamo definire divulgativo. Queste storie vengono analizzate attraverso narrazioni che hanno un sapore di quotidianità, dopo averle giocate non potranno che risultare familiari.

Ghostwire Tokyo

Impatto visivo

Ghostwire Tokyo è ampiamente impreziosito dal suo comparto visivo peculiare. A livello stilistico, infatti, il team di sviluppo ha compiuto delle scelte interessanti, con un uso ponderato dell’effetto glitch, dei riflessi, della pioggia e dei neon. Ogni volta che colpiremo un nemico con i nostri poteri, infatti, questo rilascerà una marea di effetti a schermo, pixel e kanji a volontà.

Questa scelta creativa vuole sottolineare un rapporto tra le leggende metropolitane e il mondo digitale di internet. Come si può notare nel piccolo preludio giocabile gratuitamente (The Corrupted Casefile), KK è un investigatore che spesso racconta i casi paranormali su cui indaga in un blog online. È un tocco stilistico non solo piacevole da vedere, ma anche significativo sul piano tematico. Tutto ciò dona molto carattere ad una composizione che già di per sé sfrutta molto bene l’illuminazione e il suono, portando il giocatore a sentire in più di un’occasione il fiato sul collo dall’ansia.

La resa visiva di Ghostwire Tokyo è, infine, di grande impatto, tra una riproposizione ricca e dettagliata in Unreal Engine di Shibuya, i modelli dei personaggi animati in modo eccellente e il vistoso utilizzo di glitch e motion blur. Questa sua sovrabbondanza di effetti a schermo è sì considerabile pregevole da un punto di vista artistico, ma può altresì risultare sensorialmente opprimente per qualche giocatore.

Qui si balla

A suscitare sentimenti contrastanti, inoltre, è l’ottimizzazione grafica che non riesce a mantenersi stabile, nemmeno smanettando con le impostazioni. Fortunatamente la struttura di Ghostwire ha delle aree che sono separate dal mondo esplorabile, momenti di respiro in cui vedere finalmente 60 fotogrammi al secondo e giocare con un’ottima fluidità. Ad esempio gli interni delle case e la metropolitana richiedono un breve caricamento, lasciando un attimo di tregua dalla frenesia dell’azione

Non appena si mette il naso sotto la pioggia di kanji, la situazione però cambia drasticamente, in peggio. Nel caso di imponenti strutture da computare, il gioco comincia ad avere un frame rate altalenante e gravi problemi di stutter. Per un’analisi più approfondita su questo argomento, il canale di Digital Foundry ha realizzato un ottimo video in cui spiega molto bene il problema dello stuttering in Ghostwire Tokyo.

Ghostwire Tokyo

Kuji Kiri, il gameplay

Sotto un aspetto puramente ludico, Ghostwire Tokyo porta un gameplay eccellente. Nonostante la mobilità di Akito risulti un po’ legnosa, le meccaniche di gioco sono solide e coinvolgenti.

Attraverso i movimenti delle mani tipici del Kuji Kiri, ovvero sequenze di gesti con significati mistici, Akito può lanciare incantesimi ed esorcizzare i visitatori che stanno infestando Tokyo. Questi gesti conferiscono al gameplay un carattere identitario molto forte. L’azione di gioco si risolve in scontri rapidi e coreografici, un tripudio di incantesimi e adrenalina che regala soddisfazione ad ogni colpo.

I movimenti e il sistema di combattimento rappresentano soltanto il cuore di una struttura di meccaniche facile da apprendere e sufficientemente profonda. Oltre agli attacchi e i poteri, Akito e KK possono avvalersi di una serie di oggetti magici che conferiscono vantaggi durante il combattimento: scosse elettriche ad area per bloccare i nemici, cespugli magici per potersi muovere silenziosamente e in stealth, e altri ancora. A questi ulteriori oggetti utilizzabili, si aggiungono anche degli alberi di potenziamento. Non concedono una varietà incredibile, ma danno giusto un accenno di progressione per poter personalizzare il proprio stile di gioco o velocizzare ulteriormente un gameplay già incalzante.

I Tengu e la verticalità

Una scelta di design molto interessante da parte di Tango Gameworks è l’introduzione di una parte, seppur minima, di verticalità nel gameplay. Attraverso il potere del Tengu, Akito può lanciare un incantesimo e catapultarsi su un tetto (a patto che ci sia una creatura Tengu che svolazza nelle vicinanze di quel palazzo). Non è soltanto possibile salire sui tetti, ma anche volare per qualche secondo. Queste possibilità, aggiunte alla presenza di nemici e creature anche in aria, impreziosiscono delle meccaniche di gioco ottime, rendendo variegato il movimento e le possibilità di approccio alle varie aree di Tokyo e agli scontri.

Ghostwire Tokyo

Una parentesi sull’accessibilità

Una parte molto importante è da ricercare nelle impostazioni di gioco. Molte persone con disabilità spesso non riescono a giocare ai titoli più chiacchierati a causa della mancanza di feature a loro necessarie. Come si comporta Ghostwire Tokyo su questo frangente?

Non appena aperto il gioco, navigando nelle impostazioni, è possibile modificare la grandezza dei font per avere una maggiore leggibilità o inserire una bussola in alto nell’HUD, più facile da seguire rispetto al classico indicatore. In un’analisi dettagliata sull’accessibilità pubblicata sul sito Can I Play That (specializzata in questo argomento), il recensore ha dato al gioco una valutazione di 7 su 10, dicendo che svolge un buon lavoro in diversi punti, ma che avrebbe potuto sicuramente fare di più.

Una breve retrospettiva

Una piccola parentesi è giusto dedicarla anche ad un breve discorso sul percorso artistico dello studio di sviluppo nipponico. Tango Gameworks è, infatti, stata fondata da Shinji Mikami, director del primo e storico Resident Evil, nonché poi autore della saga di The Evil Within. Rispetto alle due opere precedenti, caratterizzate da gameplay e tematiche più proprie di un survival horror, Ghostwire Tokyo è una sperimentazione notevole. Una ventata di aria fresca non soltanto per le tematiche, ma anche per lo stile visivo e il gameplay.

L’impostazione di Ghostwire è figlia della sperimentazione già compiuta dal secondo capitolo di The Evil Within, che si distaccava moltissimo dallo stile simil Resident Evil 4 del primo. Sembra che lo studio stia svolgendo una ricerca della propria identità creativa e con questa loro ultima fatica diretta da Kenji Kimura si può dire che stanno prendendo una strada interessante.

Ghostwire Tokyo

Conclusione

Ghostwire Tokyo è un’opera di buon livello, caratterizzata da un gameplay solido e dinamico. Attraverso una storia paranormale senza infamia e senza lode, ma che introduce un’ambientazione dettagliata e accattivante, la software house sfoggia uno stile visivo di kanji e glitch che dona un carattere unico ad una Shibuya tetra e ricreata magistralmente. Nonostante un’ottimizzazione grafica ballerina e la mancanza di alcune impostazioni per l’accessibilità, Ghostwire si aggiudica una valutazione discreta.

Una sperimentazione importantissima per lo studio nipponico di Tango Gameworks e sicuramente degna di attenzione.

VOTO 7.5

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Ghostwire Tokyo
0
Amazing
75100
Pros

Gameplay solido e dinamico

Ambientazioni suggestive e coinvolgenti

Effetti glitch stilosi

Ottima divulgazione del folklore e delle leggende metropolitane giapponesi

Ottima sperimentazione

Cons

Qualche impostazione di accessibilità in più sarebbe gradita

La trama è un po' sciapa

Stuttering e problemi di ottimizzazione

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