Intervista a Tech Workers Coalition Italia, tra sindacati e diritti nel mondo tech

Tech Workers Coalition

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una nascita di diversi movimenti per i diritti dei lavoratori nel settore tech e gaming. Si tratta di un fenomeno che ha riguardato principalmente gli Stati Uniti d’America e che sta portando moltissimi lavoratori ad organizzarsi per rivendicare diritti, parlando apertamente delle criticità nell’industria tecnologica. Mentre assistiamo ad un panorama in costante fermento, con la recente vittoria di Amazon Labor Union a Staten Island e l’assunzione a tempo pieno di più di 1100 lavoratori del controllo qualità ad Activision-Blizzard, non possiamo che domandarci a che punto sia lo scenario nostrano. Per chiarire la situazione italiana dei lavoratori del settore Tech e Gaming ci siamo messi in contatto con Tech Workers Coalition Italia per conoscerli e chiacchierare sull’argomento.

 

Tech Workers Coalition è un sindacato?

Noi non siamo un sindacato e non vogliamo essere un sindacato. La definizione all’americana è Alt-Labor: ovvero tutte le organizzazioni che trattano i temi del lavoro senza rifarsi a modelli tradizionali come il sindacato, il partito, l’associazione ecc. Noi ci appoggiamo a tanti sindacati diversi per essere efficaci a seconda di quello che serve al lavoratore.

In queste settimane stiamo completando un modello di collaborazione con i sindacati che si chiama “union pathfinding”: arriva da noi un lavoratore (che si sente più a suo agio a parlare con noi che con un sindacato, perché non sa come funziona) e noi lo mandiamo dal sindacato più adatto per i suoi problemi, o da un avvocato.

Il problema in Italia è che le rappresentanze sindacali le possono fare solo i sindacati confederali, con tutele specifiche. Questo non vuol dire che non cerchiamo di organizzare i lavoratori dal basso. Nella fase in cui siamo adesso è un po’ fuori dalla nostra portata. Siamo tutti volontari e da noi non gira un euro. Noi ci occupiamo più del lato logistico, organizzativo e culturale, siamo complementari al sindacato.

Quand’è che avete cominciato?

In Italia due anni fa per le istanze di lavoro remoto causa Covid. In generale Tech Workers Coalition nasce nel 2014 a San Francisco, Simone Robutti e Jonathan Miller hanno poi fondato la sezione Berlinese circa tre anni fa. Con l’arrivo della pandemia, Simone ha provato a far nascere anche una sezione italiana.

Abbiamo organizzato una call con l’aiuto di un’associazione di Milano che si chiama Crafted Software. Da quel meeting si è formato il primo gruppo e diversi di loro sono ancora organizzatori di TWC Italia. Questo è anche il motivo per cui noi siamo l’unica sezione di Tech Workers Coalition che è nazionale, tutte le altre sono a livello cittadino. In Italia ci sono poi anche le sezioni di Tech Workers Coalition Bologna, Milano, Torino (inattiva purtroppo) e Roma, le abbiamo aperte non appena si è potuto.

Tech Workers Coalition

Quali sono le istanze dei lavoratori nel settore Tech?

Ci sono istanze che sono comuni al settore Tech, ma sono relativamente poche. Nel settore ci sono professionalità diverse e contesti diversi, ma alcune sono condivise. Il diritto allo smart working è molto caldo in questo periodo. Il diritto alla formazione: i lavoratori dipendenti sanno che hanno bisogno di aggiornarsi. È parte del loro lavoro e questa cosa viene spinta nel tempo personale, con costi umani che ci si può immaginare: lo stress, ecc. Solo alcuni riescono a negoziare la formazione durante l’orario lavorativo.

Un problema estremamente trasversale è quello degli stipendi: c’è chi sta a galla e chi non sta a galla. Copywriter e grafici fanno molta difficoltà ad arrivare a fine mese, programmatori e sistemisti invece quasi sempre riescono tranquillamente, ma a fronte di un orario folle e con stipendi più bassi rispetto al resto d’Europa.

C’è poi un’intera classe di freelance che lo fa per necessità. Per come è configurato il mercato del lavoro è un’alternativa migliore che lavorare come dipendente. Questa cosa vale anche per i creativi, ma c’è tutta una narrativa che cerca di glorificare l’indipendenza del freelancer.

Noi ne vediamo molti che preferirebbero lavorare dipendenti, la metà del tempo, con la stessa quantità di soldi e più sicurezze. Questi argomenti difficilmente emergono negli spazi della propria categoria, vengono più da noi. Abbiamo diverse chat su Telegram che per molti sono una boccata d’ossigeno, perché sono improntate su un tipo di discorso che altrimenti non è possibile fare in altre comunità online. Parliamo, infatti, di diritti del lavoro, politica e temi sistemici.

Una rivendicazione molto italiana è anche il problema del body rental: quando un’azienda assume un dipendente, lo dà ad un’altra azienda di consulenza che, a sua volta, lo piazza da un cliente. È una forma di caporalato, con la differenza che non sei un super precario, ma dipendente. Alcuni meccanismi sono simili: al cliente non frega niente che tu faccia formazione, sei carne da cannone. All’azienda di consulenza che decide cosa fai giornalmente non interessa uguale perché sei dipendente di un’altra azienda. All’azienda di cui sei dipendente a sua volta non interessa perché queste campano poco, spostano solo lavoratori in giro, poi spariscono e non hanno nessun incentivo a investire sulla competenza dei propri dipendenti.

È una pratica abbastanza comune quella di falsificare il curriculum solo per piazzare i propri dipendenti: ti fanno mandare il curriculum in Word, e non in pdf, e te lo cambiano. Il cliente si aspetta chissà cosa, poi vai lì e non sei capace ed è responsabilità tua, perché l’azienda che ti ha assunto non ha nessun ruolo. Si rimane abbastanza massacrati in mezzo a tutti questi interessi.

Questa cosa si riflette anche a livello sistemico e nazionale con una grande mancanza di competenze. Sui giornali spesso si legge che “mancano informatici” e sembra non se ne laureino abbastanza, tendenzialmente se ne laureano tantissimi. Una frazione importante di questi, si parla anche del 30/40% del settore IT (inteso come numero delle persone che ci lavorano), lavora nella grande consulenza. Queste persone negli anni lavorano male e fanno così per quattro o cinque anni. C’è un sacco di spreco di energia di lavoro e gente che non sviluppa competenze, che se esce da questo sistema riparte da zero e in ritardo di almeno sei o sette anni, andando poi a competere con i neolaureati.

Nell’ambito specifico dei videogiochi ci sono alcune istanze molto sentite. Una di queste è il crunching (n.d.r. costanti straordinari, spesso non pagati, durante lo sviluppo di un gioco), che esiste tale e quale nella grande consulenza in modo meno endemico. Chi sviluppa videogiochi esperisce crunching con molta probabilità. Un programmatore di gestionali, invece, è meno probabile, ma è comunque un fenomeno diffuso.

Vediamo in USA che il movimento dei tech worker nel mondo gaming è più avanti e molto più agguerrito. Nel resto del settore IT si nota che stanno venendo fuori delle iniziative e tante sindacalizzazioni in singole realtà, ma l’ambito professionale è ancora acerbo. Ciò è vero anche per i Game Worker, ma vanno ad un’altra velocità: sono tutti molto più incazzati. Abbiamo visto l’integrazione di 1100 dipendenti ad Activision-Blizzard, non è un risultato da poco.

Tech Workers Coalition

Perché in Italia i lavoratori dell’industria tech non sono sindacalizzati, nonostante la presenza nel paese di sindacati storici?

Qua ci si potrebbe scrivere un libro. Ci sono tanti elementi. Il primo è culturale: la cultura IT è nata in California negli anni ‘60 e ‘70 ed è predicata su un individualismo feroce. Nata in uno spazio in cui non c’erano sindacati (era pieno di hippie, ma di sindacati no). Quel tipo di cultura ce lo portiamo ancora dietro. Esiste un bellissimo saggio su questo argomento, s’intitola The Californian Ideology, che racconta proprio di questa mentalità ancora molto presente oggi.

Il secondo elemento è stato un errore strategico dei sindacati italiani. A fine anni ‘90 questi si chiedevano se coloro che lavorano al computer dovessero essere sindacalizzati. Si sono risposti di no e hanno sbagliato. Adesso grossomodo ammettono l’errore e sanno di essere in ritardo.

Detto questo non è vero che c’è zero sindacalizzazione: c’è la Fiom, la Filcams e un po’ la UIL hanno rappresentanze sindacali, neanche piccoline. Vero che a livello di settore è comunque una sindacalizzazione molto bassa. Interessa soprattutto le grandi aziende di consulenza e le telecomunicazioni. Insomma qualcosa c’è. Tutto ciò però non viene raccontato bene, queste persone hanno anche raggiunto dei risultati e si sente la mancanza di un po’ di cultura nel raccontare le vittorie.

In ultimo punto, il settore IT è cresciuto in questi anni, prima c’era poco. Il sindacato, come istituzione, era nel suo punto più debole e non aveva risorse da investire in questo settore.

Tech Workers Coalition Italia organizza anche i lavoratori dell’industria videoludica?

Abbiamo gruppi di Game Worker, ma non tanti quanti vorremmo. Essendo il settore non enorme rispetto a tanti altri in Italia, non è nelle nostre priorità. Ovvio che se c’è l’occasione e vediamo che si muove qualcosa, allora ci muoviamo anche noi per supportare.

Non è chiaro se in Italia, rispetto agli altri paesi, ci sia lo stesso livello di malessere. Probabilmente sì, ma abbiamo solo un’idea generale del settore non una grande mappatura della situazione. All’estero Tech Workers Coalition è in costante simbiosi con Game Workers Unite, si fanno eventi congiunti e altri incontri. Ci piacerebbe se venisse fuori una realtà simile in italia. L’iniziativa, però, langue.

Fonte: The Verge

Lo Smart Working come sta cambiando il lavoro dei Tech Workers?

Nel settore IT e Gaming c’è sempre stata una parte che ha lavorato in remoto. In Italia si chiama Smart Working, appunto, il lavoro remoto. Rispetto ad altri settori, la transizione è più indolore, il livello di digitalizzazione era già più alto. Per molti ha cambiato, banalmente, che è sparito il fare da pendolare, perché l’azienda internamente era già organizzata.

È un netto vantaggio, ma ora c’è la percezione dal lato del lavoratore di una netta ostilità e un conflitto con i manager. Ciò è più sentito di tanti altri. Il lato management vede lo smart working come una minaccia esistenziale. C’è, quindi, una resistenza, ma il grosso dei lavoratori è chiaramente a favore. Noi di Tech Workers Coalition dialoghiamo con Smart Workers Union, che è un sindacato italiano della pubblica amministrazione legato ai temi dello smart working e fa una divulgazione interessante. Loro sono anche molto agguerriti, per cui ci piacciono.

Crediamo che lo smart working sia un fenomeno che non ha senso ostacolare visto il benessere psicofisico che porta. Ci si adatta anche nel fare organizzazione sindacale con questa formula, non ha senso far alzare la gente alle sei del mattino per andare in ufficio e sperare che tra colleghi si parlino e organizzino. Non crediamo in questa cosa.

Organizzate eventi?

Abbiamo una lunga serie di eventi online, gruppi di studio legati ai temi del lavoro e tecnologia. Andiamo dal lavoro agile al cyberpunk, alla blockchain, alla storia del sindacalismo sino alla biometria e riconoscimento facciale.

Poi abbiamo fatto anche eventi di formazione, ad esempio simulazioni di colloquio: portiamo i lavoratori Senior insieme ai Junior e li aiutiamo in questo progetto. Ogni mese, inoltre, le sezioni locali organizzano un aperitivo, che si chiama Logout, in cui ci si incontra dal vivo: un dopo lavoro dei tech worker.

Tech Workers Coalition

Conclusione

Ringraziamo Tech Workers Coalition Italia per la stupenda chiacchierata. Sono stati molti i temi trattati e queste parole permettono di comprendere maggiormente il complesso scenario di sindacalizzazione italiano, quali sono le istanze dei lavoratori tech e gaming e quali, invece, i nuovi metodi di organizzazione sindacale.

Auguriamo loro buon lavoro.

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