Game Workers Unite Italia si unisce a Tech Workers Coalition

Game Workers Unite

Game Workers Unite Italia (GWU) sta riprendendo le attività dopo un periodo di iato. Ora, ci raccontano gli organizzatori, è in un momento di transizione importante che ha subito rallentamenti notevoli durante la pandemia. Il capitolo italiano del movimento per la sindacalizzazione dei game workers ha infatti annunciato un’unione con Tech Workers Coalition Italia (TWC), la sezione italiana del movimento alt-labor per i diritti dei tech workers.

Le due organizzazioni condivideranno le proprie esperienze e competenze per cercare di rispondere alle istanze dei lavoratori del settore videoludico nella penisola. È una collaborazione ricca di aspettative ed è percepita come un’evoluzione naturale dai rappresentanti di Tech Workers Coalition Italia. “In queste settimane TWC sta stimolando la nascita di altre organizzazioni con cui avremo alleanze simili a quella con GWU. Forse fra qualche mese si potrà iniziare a parlare di ecosistema delle organizzazioni dei tech worker italiani e questa unione con GWU è il primo passo” afferma un portavoce.

Il contesto

C’è un crescente fermento all’interno del settore tech. In questo periodo sono diversi i gruppi di lavoratori che si stanno organizzando per far fronte a condizioni di lavoro inadeguate, riuscendo anche ad ottenere delle vittorie e a portare all’interno del dibattito tematiche spesso taciute nelle discussioni di settore. Ciò sta avvenendo soprattutto negli Stati Uniti, con la recente nascita di Amazon Labor Union a Staten Island e, per quanto concerne il settore videoludico, di Game Workers Alliance, sindacato composto da lavoratori del controllo qualità di Raven Software (Call of Duty Warzone).

La crescente adesione alle organizzazioni sindacali è però da inserire all’interno di un quadro di analisi molto sfaccettato e ampio. Le condizioni di lavoro all’interno dell’industria tech e dei videogiochi sono spesso tossiche e stressanti, e la frattura tra i dipendenti e i quadri dirigenti sta diventando sempre più profonda e conflittuale. Questa situazione però non riguarda solamente il mercato statunitense, benché abbia un sottobosco socio-economico decisamente più diseguale rispetto al panorama europeo. Determinate condizioni di lavoro, infatti, sono considerate endemiche del settore tech e sono estremamente diffuse in tutto il mondo. La cultura del crunch è l’esempio più emblematico nell’industria videoludica ed è a tutti gli effetti una piaga.

L’Italia non è avulsa dal discorso ed è stata sprovvista, fino a qualche anno fa, di iniziative di organizzazione collettiva per i cosiddetti game workers. Nel 2019 è nata Game Workers Unite Italia, lo spin-off italiano del movimento dei lavoratori del videogioco. Game Workers Unite è nato giusto nel marzo dell’anno precedente durante una Game Developer Conference. La sezione italiana è stata attiva nel suo primo anno di vita, ma durante il periodo pandemico sia lei che il coordinamento centrale non hanno più dato aggiornamenti sulla loro attività.

Game Workers Unite

Game Workers Unite e il cambio di struttura

Nel 2020, dopo una serie di polemiche che hanno travolto il comitato internazionale e la sezione britannica (all’epoca già affiliata con l’Indipendent Workers Union of Great Britain), e le successive scuse, Game Workers Unite ha annunciato in un comunicato stampa che aveva cominciato un processo di ricostruzione interna.

Agli albori, GWU nacque come un server su Discord in cui i lavoratori condividevano le proprie esperienze e discutevano di sindacalizzazione. Diventò presto una piattaforma di organizzazione con una grande adesione. Le comunicazioni del comitato centrale, però, sovrastavano le necessità delle sezioni locali che si erano formate. Un membro di GWU Italia, che ha preferito rimanere anonimo, ci ha confermato che in quell’anno l’organizzazione, a livello internazionale, aveva effettivamente cominciato un’operazione di ristrutturazione.

Dal 2019 al 2020, il movimento ha mutato completamente la sua struttura, optando per una decentralizzazione e puntando a rendere più visibili i capitoli locali. L’idea era di decostruire, si legge nel comunicato, una tipologia di organizzazione percepita come monolitica e che “parla per tutti i capitoli”. A occuparsi di questa ristrutturazione è stato un comitato interno noto come Organizational Transitional Period Committee (OTP). Le comunicazioni di quel periodo portano la firma del comitato.

Dopo la ristrutturazione

Dopo due anni dall’ultima comunicazione e dal riassestamento, però, non è noto cosa sia successo all’organizzazione internazionale e al capitolo italiano. Altre sezioni sono rimaste attive, continuando il lavoro e ottenendo vittorie. Game Workers Unite Australia è diventato un sindacato ufficiale proprio quest’anno sotto l’egida di Professionals Australia e ha successivamente cambiato nome in Game Workers Australia. Ora la sezione italiana sta tornando in attività, annunciando l’unione con Tech Workers Coalition Italia.

Durante un incontro pubblico, inoltre, uno dei membri ha aggiunto che sta prendendo vita una rete di coordinamento chiamata Game Workers Coalition. Questo nuovo progetto comprende “varie organizzazioni internazionali per la sindacalizzazione, alcune nate come sezioni locali di GWU”. Game Workers Coalition, nonostante la similitudine del nome, non ha però niente a che vedere con Tech Workers Coalition e con l’unione a Game Workers Unite Italia. Non sono ancora stati divulgati ulteriori dettagli su questa futura rete di coordinamento. 

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