Oggi abbiamo il piacere di parlare con Gianni Gaude, voce storica di personaggi iconici come il Capitano Qwark in Ratchet & Clank e Scott Shelby in Heavy Rain.
In questa intervista scopriremo i retroscena della sua carriera, le sfide affrontate nel doppiare alcuni dei suoi ruoli più celebri e il suo punto di vista sull’evoluzione del doppiaggio videoludico.
Indice
Chi è Gianni Gaude

Gianni Gaude è un doppiatore, direttore del doppiaggio e dialoghista italiano con una lunga carriera nel settore.
Nato a Santena nel 1956, ha iniziato il suo percorso nel mondo della comunicazione come animatore radiofonico, collaborando con diverse emittenti nazionali. Nel 1989 è entrato nella Cooperativa O.D.S. – Operatori Doppiaggio e Spettacolo, diventandone poi vicepresidente e responsabile artistico del settore doppiaggio.
Oltre al lavoro in sala, è anche docente di dizione e comunicazione verbale, nonché autore del libro Dizioni ed Espressioni Verbali.
Cosa ha doppiato
Gianni Gaude ha dato voce a numerosi personaggi nel mondo dell’animazione, del cinema e soprattutto dei videogiochi.
Tra le sue interpretazioni più iconiche dei videogiochi spiccano il capitano Qwark nella serie Ratchet & Clank, Don Vito Corleone ne Il Padrino, Scott Shelby in Heavy Rain, Zinyak in Saints Row IV, Harkyn in Lords of the Fallen, David Sarif in Deus Ex: Human Revolution, il Narratore in Darksiders II, Deadshot nella serie in Batman: Arkham e Uka Uka in Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy e in Crash Team Racing Nitro-Fueled.
Ha anche lavorato al ri-doppiaggio della serie animata South Park, sia come doppiatore che come direttore del doppiaggio. Inoltre, ha collaborato con la RAI come speaker per il programma Mixer di Giovanni Minoli.
Nelle serie animate ha prestato la voce a Kibith, Darbula in Dragon Ball Super, Chester Horse Sr. in Inazuma Eleven Ares e Riku in One Piece.
Per quanto riguarda i lungometraggi, ha doppiato James Earl Jones in Il ritorno dei ragazzi vincenti, John Goodman in Gigantic, Mads Mikkelsen in Coco Chanel & Igor Stravinsky, Robert Duvall in The Funeral Party e Ray Liotta in Rivincita per due.
Vi lasciamo all’intervista a Gianni Gaude.

Intervista a Gianni Gaude
- Cosa ti ha spinto a entrare nel mondo del doppiaggio?
Diciamo che ho avuto un percorso un po’ diverso rispetto a molti colleghi romani, che spesso iniziano a doppiare fin da bambini, anche perché molti di loro provengono da famiglie già inserite nel settore. Alcuni addirittura raccontano di aver ascoltato il doppiaggio ancora prima di nascere, perché le loro madri lavoravano in sala mentre li portavano in grembo. Nel mio caso non è stato così, ma ho sempre avuto una grande passione per il mondo dello spettacolo.
All’età di tredici anni ho iniziato a muovere i primi passi in questo ambiente, seppur in modo indiretto, attraverso la musica. Amavo fare il DJ e proprio nel 1975, con la nascita delle emittenti radiofoniche private, ho avuto l’opportunità di entrare subito in quel mondo.
Tuttavia, essendo molto critico verso me stesso, dopo appena un mese di radio ho capito che non potevo presentarmi al pubblico senza una formazione adeguata. Non avendo seguito un percorso teatrale, ho sentito immediatamente la necessità di frequentare un corso di dizione e, successivamente, uno di recitazione. Questo mi ha aiutato a crescere professionalmente e, col tempo, il mio interesse si è spostato sempre più verso il teatro e la recitazione.
È stato proprio in questo contesto che ho conosciuto il doppiaggio. I miei primi turni risalgono al 1979-1980, anche se inizialmente si trattava di esperienze sporadiche. Poi, tra il 1983 e il 1984, ho deciso di prendere in mano la mia carriera e sono entrato in una cooperativa di doppiaggio, la ODS (Operatori Doppiaggio e Spettacolo), una delle più importanti del nord Italia, di cui faccio ancora parte oggi. Da quel momento in poi, la mia carriera nel settore è decollata e non mi sono più fermato.
Essendo del nord, il mio rapporto con Roma è arrivato un po’ più tardi, anche perché in Lombardia e Piemonte c’era già molto lavoro. Con la nascita delle reti Fininvest (oggi Mediaset), il settore del doppiaggio ha vissuto un’enorme espansione: prima, il doppiaggio era quasi esclusivamente legato al cinema, ma con l’avvento delle televisioni private, che trasmettevano per 20 ore al giorno, la domanda è aumentata esponenzialmente. Questo ha portato molto lavoro a Milano e Torino, con qualche incursione a Roma. Nel tempo, però, le cose sono cambiate.

Il doppiaggio de Il Padrino il videogioco
- Uno dei personaggi più significativi che hai doppiato nel panorama videoludico è sicuramente Don Vito Corleone in Il Padrino. Trattandosi di una personalità piuttosto controversa per via della sua storia e del suo temperamento, cosa puoi raccontarci del doppiaggio di quel gioco?
Allora, guarda, io ci sono arrivato per vie traverse. Avevo già lavorato su Mafia, dove avevo doppiato un paio di personaggi, tra cui uno di nome Vincenzo. Un giorno mi chiama lo studio dicendomi: “Senti, ci sarebbe da fare Vito Corleone”. Sono rimasto un po’ basito, perché, insomma, io sono di Torino! Pensavo: “Come faccio? Prendete un doppiatore siciliano!”. Ma loro mi hanno risposto: “No, no, ci piace la tua voce, vogliono la tua voce per via dell’età“. Così ho detto: “Va bene, ci metterò tutta la mia buona volontà”.
È stata un’esperienza incredibilmente divertente. Mi hanno affiancato un tutor siciliano, un signore sulla quarantina che si è seduto accanto a me per aiutarmi con la pronuncia corretta. È stato pazzesco! Ogni volta che sbagliavo mi correggeva, e io mi sono divertito un sacco. È stata un’esperienza unica e, anche se sono passati tanti anni, mi è rimasta impressa proprio per questa particolarità.
Poi, insegnando dizione della lingua italiana, ho scoperto una cosa interessante. Molti pensano che la dizione corretta sia esclusiva dell’area toscana, in particolare fiorentina, ed è vero che ha avuto un ruolo fondamentale. Tuttavia, due regioni che hanno dato grandi contributi alla costruzione della lingua italiana sono anche la Sicilia e la Campania. Quindi lavorare su un personaggio siciliano è stato particolarmente interessante per me.
Non ho imparato a diventare mafioso, ci ho provato con tutte le mie forze, ma niente! Però sono personaggi davvero affascinanti e divertenti da interpretare. Ce ne fossero di più di ruoli così importanti e ben scritti!
E poi io gioco, eh! Sì, gioco ai videogiochi! Mio figlio, quando era più piccolo, mi dava più soddisfazioni, ora invece mi umilia perché mi batte in tutto. Ma anche quando sono da solo, mi piace giocare. Non ti stupire se una persona di quasi 70 anni gioca ai videogiochi: mi divertono! Certo, non tutti i tipi… preferisco quelli un po’ più articolati, mi piacciono i giochi di guerra, Assassin’s Creed e in generale quei titoli più particolari e coinvolgenti.

Il doppiaggio di God of War
- Tra la miriade dei personaggi che hai doppiato, una menzione speciale riguarda alcuni personaggi della mitologia greca del gioco God of War, che aneddoti puoi raccontarci sul doppiaggio di uno dei titoli più importanti di questo settore?
God of War? Tanta roba! Parliamo di una saga nata nel 2005, se non sbaglio. Ora, non voglio dire che sia vecchia quanto me, ma di certo è un titolo con una lunga storia alle spalle. Io non ho partecipato a tutte le edizioni, ma credo di aver lavorato al primo gioco nel 2005, forse interpretando Poseidone. Poi, se non erro, sono tornato nel 2008 o nel 2010 per doppiare Ade. Nelle ultime edizioni, invece, non mi risulta di aver avuto ruoli.
Sono quei giochi che mi piace anche giocare, perché hanno una struttura narrativa solida, basata sulla mitologia greca, sugli dèi… insomma, non è un prodotto superficiale, ha un impianto storico ben costruito.
Sul doppiaggio dei videogiochi c’è un aspetto particolare: per noi doppiatori può essere difficile appassionarsi a un gioco se non lo giochiamo, perché durante il doppiaggio non abbiamo una visione completa della storia. A differenza di un film o di una serie TV, dove puoi vedere le scene e immergerti nel contesto, nei videogiochi lavoriamo su onde sonore. Ogni battuta è estratta dal suo contesto e la successiva potrebbe arrivare venti minuti dopo, a seconda di come si sviluppa il gameplay.
Non hai quindi una percezione chiara del filo narrativo e sta tutto nella bravura del direttore del doppiaggio. È lui che conosce il gioco, è in contatto con gli sviluppatori e sa come guidarti per dare coerenza alla performance. Se il direttore è bravo, riesce a ricostruire l’ambiente e a farti interpretare al meglio il tuo personaggio. È bello sapere di partecipare a un grande progetto, ma è raro avere una visione d’insieme della storia mentre si doppia.
Questi sono i meccanismi particolari del doppiaggio nei videogiochi. Non so se lo sai, ma spesso registriamo prima le battute principali e solo verso la fine del turno ci dedichiamo agli effetti sonori e ai versi. Questo perché, se iniziassimo con urla e suoni intensi, rischieremmo di rovinarci la voce prima di completare il turno.
Ad esempio, potremmo passare una parte della sessione a registrare frasi come “Bomba in buca!”, “Via, via!”, mentre un’altra parte del tempo la dedichiamo alle morti: “Questa è una morte per soffocamento”, “Questa è una morte perché ti colpiscono in testa”. Ovviamente, non stiamo davvero soffocando o ricevendo colpi, ma dobbiamo rendere credibile ogni singola reazione.
Nei giochi di guerra, per esempio, c’è un intero segmento dedicato alle urla di battaglia e agli ordini concitati. Per questo motivo, lasciamo queste parti alla fine del turno, per evitare di affaticare troppo la voce prima di terminare il lavoro. È un modo di doppiare molto diverso rispetto a quello cinematografico, ma fa parte del nostro mestiere ed è una sfida affascinante.

Il ruolo del doppiatore
- Quali sono i consigli che daresti a nuovi e aspiranti doppiatori?
Ah, questa è una domanda da un milione di dollari per una serie di motivazioni. Noi abbiamo una delle più importanti scuole di formazione italiane sul doppiaggio, con quasi 250 ragazzi. Quindi, puoi immaginare quanto spesso mi venga chiesto: “Cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera di doppiatore?”
Beh, è il mestiere più bello del mondo, partiamo da questo presupposto. La cosa più complicata da imparare non è tanto la tecnica, perché quella si acquisisce con il tempo: ci sono alcuni trucchetti da apprendere, ma non è la parte più difficile. Nel nostro corso triennale, per esempio, c’è una progressione nell’affrontare queste problematiche.
Ciò che invece è assolutamente fondamentale per fare bene questa professione è la capacità e la voglia di mettersi in gioco, umanamente. Ciò che distingue un bravo doppiatore è la capacità di restituire un’emozione. Ma per farlo, bisogna prima acquisirla: avere quella sensibilità interiore che ti permette di vivere emozioni che, in realtà, non stai vivendo fisicamente.
Se fossi un attore cinematografico o teatrale, le vivresti anche a livello corporeo. Nel doppiaggio, invece, sei in una stanza anecoica, dove non fa né caldo né freddo, dove non piove, non tira vento e nessuno ti picchia o ti fa del male. Eppure, magari stai interpretando una scena di guerra, una scena d’amore, una scena di disperazione. Nulla di tutto questo accade realmente, ma devi farlo accadere dentro di te.
Quindi, cosa consiglio ai ragazzi che vogliono intraprendere questa carriera? Di tenere in considerazione questo aspetto. Non è uno studio matematico, ma umanistico, e ogni giorno, ogni momento in cui entri in sala, devi mettere in discussione te stesso, metterti in gioco mentalmente e umanamente.
Anche un colpo di tosse può diventare una disgrazia se non si capisce il suo valore all’interno della scena. Bisogna evitare di impostare tutto il discorso sulla propria vocalità: “Ho una bella voce maschile” – a chi importa? Quello che voglio sentire è la tua interpretazione. Certo, avere una bella voce è un plus, ma nel doppiaggio si interpretano personaggi della vita quotidiana, persone normali con voci normali. Se ascolti il cinema americano in originale, spesso le voci sembrano tutte strane, eppure il loro lavoro è incredibile.
La parte più semplice dell’insegnamento è la tecnica; la parte più difficile è insegnare al doppiatore ad aprirsi, a divertirsi e a dare qualcosa di sé. Non bisogna nascondersi dietro il personaggio, ma camminare al suo fianco: né davanti, né dietro, ma insieme a lui.
- Qual è stato il personaggio più difficile da doppiare? A quale sei più affezionato?
In realtà, ho doppiato diversi attori importanti: da John Goodman a Christopher Plummer, Timothy Spall, Jean-Louis Trintignant, Sam Shepard, Ray Liotta, Jean Reno… Insomma, ne ho doppiati tanti. Però la tua domanda è specifica, e non faccio fatica a trovare una risposta, perché so esattamente quale sia stato il lavoro più complesso della mia carriera.
Circa dieci anni fa, Sky Arte ci commissionò il doppiaggio deLa Tempesta di Shakespeare. Non si trattava di una versione cinematografica, ma della ripresa teatrale dello spettacolo messo in scena al Globe Theatre di Londra. Il ruolo di Prospero era interpretato da Christopher Plummer, uno degli attori teatrali più grandi della sua epoca.
Questo doppiaggio fu estremamente complicato per diversi motivi. Innanzitutto, l’adattamento non poteva essere reso troppo libero: il testo era quello di Shakespeare, quindi non si potevano modificare le battute o aggiungere parole per rendere i dialoghi più fluidi. Inoltre, il gioco dei labiali era particolarmente difficile da rispettare.
Ma la sfida più grande era la recitazione: non si trattava di doppiare un film, bensì uno spettacolo teatrale. Dovevo quindi restituire una performance teatrale attraverso il doppiaggio, mantenendo l’intensità e la profondità dell’interpretazione di Plummer.
Ricordo che su alcune battute abbiamo lavorato per ore, provando più e più volte per farle quadrare perfettamente. È stata un’esperienza incredibilmente intensa, una delle più emozionanti della mia carriera. E, te lo dico con grande umiltà, è stato anche un enorme onore. Non mi considero uno di quei doppiatori che cambiano la storia del doppiaggio italiano: mi vedo più come un onesto lavoratore di questo mestiere. Ma quella volta ho davvero dato tutto me stesso, buttando il cuore oltre l’ostacolo.
Alla fine, credo che il risultato sia stato un ottimo prodotto e ne vado molto fiero.
- Noi ti ringraziamo per la tua disponibilità, ma prima di andare vorremmo sapere un curioso aneddoto sulla tua carriera.
Guarda, te ne racconto una davvero assurda sui videogiochi. Un giorno vado a doppiare un videogioco, entro in sala di doppiaggio, mi metto le cuffie e tutto sembra procedere normalmente. A un certo punto arriva il tecnico e dice: “Aspetta, hai già messo le cuffie?” “Sì, perché?” “No, no, non registriamo con quel microfono.” “E con cosa registriamo?”
Mi indicano una specie di marchingegno improvvisato. Praticamente avevano preso un cappellino da baseball, di quelli con la visiera in cartone, tagliato a metà in modo che rimanesse solo una mezzaluna, e ci avevano attaccato un microfonino di quelli che si mettono sul colletto della camicia. Il microfono era fissato sulla visiera e puntava verso la bocca.
Io li guardo incredulo e chiedo: “Ma registriamo davvero così?” E loro: “Eh sì, in America ci hanno chiesto di fare in questo modo.”
A quel punto ho pensato: “Ma non è che ci stanno prendendo in giro? Tipo: vediamo cosa riusciamo a far fare agli italiani questa volta!”
E non è finita lì! Nel tempo questa cosa è diventata sempre più assurda: abbiamo registrato con bandane da spiaggia in testa, con microfoni infilati nei modi più improbabili… ormai mi aspetto di tutto. Prima o poi arriverà il turno in cui ci faranno doppiare a testa in giù e ci diranno: “Eh, ma in America ci hanno chiesto così!”
Secondo me, dall’altra parte si stanno facendo delle risate incredibili mentre pensano a tutte le cose assurde che ci fanno fare!
Ringraziamo ancora Gianni Gaude per la sua testimonianza, vi ricordiamo che potete acquistare in sconto alcuni dei giochi in cui ha doppiato nella lista di seguito, anche Gift Card PS Store, Gif Card Xbox, Nintendo o Steam scontate.
- Ratchet & Clank Rift Apart
- Lords of the Fallen
- Crash Bandicoot N. Sane Trilogy
- Heavy Rain
- Saints Row IV
- Deux Ex Human Revolution
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Classe 93, dall'animo nerd, da sempre appassionato del mondo videoludico. Alcune leggende sostengono sia nato con un controller in mano. Negli anni scopre di avere una particolare predisposizione per le interviste. Odia più di ogni altra cosa la console war.
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