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Ellie e Walter White: parabole discendenti
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Ellie e Walter White: parabole discendenti

The Last of Us Parte II, ultima e grandiosa fatica partorita da Naughty Dog sotto la direzione di Neil Druckmann, piaccia o meno, segna un nuovo capitolo del fare videogiochi, come già fu con il predecessore The Last of Us.
Le chiavi di lettura per The Last of Us Parte II sono molteplici e risentono molto del vissuto di chi si approccia all’opera, fra dolore e vendetta, il ricordo, l’empatia, la guerra e la nostalgia. Oggi parleremo di un’altra tematica ancora: l’egoismo.

Se questo Parte II è un esempio di ciò che un prodotto videoludico può dare ai giocatori, proprio nel 2013 del primo The Last of Us arrivava a conclusione una delle creazioni che hanno portato la serialità televisiva allo stato dell’arte, ovvero Breaking Bad.
La serie nata dagli sforzi di Vince Gilligan nel 2008 è un’opera per certi versi unica e irripetibile, e già sarebbero molte soltanto le similitudini tecniche fra Breaking Bad e la Parte II, tali da giustificare un articolo come questo. Una regia ricercata e netta, che non lascia nulla al caso, assieme a un fotografia che non stona mai con ciò che viene raccontato; la crudezza, la narrazione limpida e per questo spesso brutale, anche dal punto di vista emotivo; le musiche adatte e perfette per ogni occasione; un cast eccezionale (pensiamo a Ashley Johnson/Ellie per il videogame e a Bryan Cranston/Walter White per la serie).

Eppure non finisce qui, ma dobbiamo tornare al sostantivo che abbiamo usato qualche riga più sopra, egoismo.
[Nell’articolo troverete moltissimi SPOILER sia su Breaking Bad, sia ovviamente su The Last of Us Parte II, dunque non proseguite nella lettura se ancora non lo avete terminato.]

Ellie

“I did it for me. I liked it. I was good at it. And… I was really… I was alive.”

In Breaking Bad seguiamo parte della vita di Walter White. Professore di chimica in un liceo, con una carriera ben più rosea buttata alle ortiche, problemi economici a non finire, un figlio con una grave disabilità e un’altra figlia in arrivo, scopre di essere malato di cancro a uno stadio avanzato.
Se già la sua vita poteva considerarsi difficile, adesso è divenuta insostenibile.

L’unica luce in fondo al tunnel che Walter riesce a intravedere è riuscire in qualche modo a lasciare alla sua famiglia abbastanza soldi per vivere dignitosamente una volta che lui non ci sarà più. Per fare questo, il professor White si affida a un suo ex-studente, lo sbandato Jesse Pinkman, così iniziano a produrre droga assieme, nello specifico metanfetamina.

Con il passare dei 62 episodi che compongono le 5 stagioni di Breaking Bad, assistiamo a qualcosa di particolare: il professor White dismette man mano i panni del compassato e umile uomo di mezza età che avevamo conosciuto all’inizio, per divenire qualcosa d’altro.

Sono sempre più frequenti gli accessi d’ira, assieme a un cinismo e a una violenza a lui un tempo così estranei. Walter non disdegna di eliminare a sangue freddo i suoi nemici, sporcandosi del loro sangue, o, ancora meglio, è sempre più propenso a sfruttare Jesse e molti altri malcapitati affinché facciano il lavoro sporco al posto suo. La vendetta è sempre più presente nella sua vita, così come la paranoia di essere scoperto, la follia che talvolta sembra avere la meglio sul suo sguardo, un tempo così lucido.

Sono molte le volte in cui prova a smettere, a lasciare il lavoro. Però non può, neppure quando la moglie Skyler lo scopre mandando a rotoli il matrimonio, o quando la polizia (capitanata dal suo cognato Hank) è sulle sue tracce, nemmeno quando sembra che il cancro sia in remissione. Non può, non ci riesce.

D’altronde lui lo fa per la famiglia, lui lo fa per i suoi figli. Oppure no.

Forse c’è qualcos’altro che si muove dentro Walter, qualcosa che è nato dopo quella prima partita di metanfetamine cucinata dentro a uno sgangherato camper, o magari alla vista del blu brillante del suo prodotto più riuscito.
Forse è stato in quel momento che qualcosa si è rotto (o è sorto) dentro Walter.

Una vita senza scopo, una vita di fatica, sudore e dolore, una vita in cui cerca invano, a oltranza, una scintilla che riesca a farlo ardere, e finalmente arriva nelle inaspettate vesti dello spaccio di droga.

La famiglia, il futuro, il cancro, la morte. Sono solo pretesti. Lui vuole sentirsi vivo e può farlo solo attraverso la sfida e il pericolo, la millimetrica precisione con cui controlla ogni cristallo di meth, il potere di avere fra le mani le vite di chi sta attorno a lui.
Poi ci sono i pretesti: a Walter non importa di chi ci sarà dopo la sua morte, non importa di chi non ce l’ha fatta, così come non gli importa più del suo proposito iniziale. Ha occhi solo che per se stesso, in un universo personale in cui ogni sua azione nutre il suo egocentrismo, che a sua volta accresce l’immagine che ha di sé e così via, in una spirale ascendente che lo porta però, inevitabilmente sull’orlo del baratro, e da lì in basso.

Non ha più nessuno, nessuno è più disposto ad affiancarlo o a spalleggiarlo, se non per secondi fini. Tutti coloro che sono stati a fianco di Walter sono stati traditi o delusi, o, peggio ancora, sono morti. Come confessa lui stesso alla moglie durante l’ultimo episodio dell’ultima stagione, Felina: “I did it for me. I liked it. I was good at it. And… I was really… I was alive.” (“L’ho fatto per me. Mi piaceva. Ero bravo a farlo. E… Ero davvero… Ero vivo.“).

Ma forse non tutto è perduto: un impeto finale, una comprensione di ciò che è diventato assale Walter. Jesse, che nell’ex-professore aveva rivisto una figura paterna, è tenuto prigioniero e attende di morire.
Walter si prepara, non ha più freni, ma almeno sa quale sia la cosa giusta da fare.
Tutto si risolve. Jesse fugge, i cattivi muoiono. E Walter?
Walter è a terra, sanguinante e moribondo. Dopo un ultimo sguardo a quelli che furono i suoi attrezzi di laboratorio, si accascia.
In lontananza, si sentono avvicinarsi le sirene della polizia.

Ellie

“I can’t walk on the path of the right because I’m wrong.”

Ed Ellie di The Last of Us, come riusciamo a integrarla nel concetto del puro egoismo?

L’avevamo lasciata al termine del primo capitolo, salvata in extremis dal suo compagno di viaggio/padre putativo Joel, quasi che Joel fosse una sorta di Walter White ed Ellie una giovanissima Jesse Pinkman (con le dovute differenze del caso).

Ellie era salva dai propositi delle Fireflies (in italiano tradotte come Luci), che volevano sacrificarla per creare un vaccino, salvando in questo modo l’umanità dal mondo post-apocalittico in cui è piombata. Un fungo del genere Cordyceps è infatti mutato ed è in grado ora d’infettare gli esseri umani, trasformandoli in creature violente e inarrestabili, e il caso vuole che Ellie, nonostante sia risultata infetta dopo un morso, ne sia immune: da qui le vicende del primo capitolo, al termine del quale Joel compie una mattanza che distrugge le speranze delle Fireflies e anche che si ponga fine all’infezione.

Stacco e dissolvenza in nero. Alcuni anni dopo, nella cittadina di Jackson, Ellie e Joel sembrano vivere una vita pressoché normale, ma è solo una parvenza.

Ellie

Da lì a poco si presenta un commando di donne e uomini addestratissimi. Cercano Joel, sono ex-Luci, lo trovano, lo uccidono: Ellie assiste impotente alla scena, e ogni colpo di mazza da golf sulla fronte di Joel è un colpo che spezza anche lei, sgretolandola e lasciando il posto a qualcos’altro. Com’era stato per Walter White, anche per lei qualcosa si è rotto (o è sorto) dentro di lei.

Gli indizi sono pochi, il commmando sarebbe parte di un gruppo militarista di Seattle noto come Washington Liberation Front, o Lupi (in inglese l’assonanza fra WLF e wolf), ma nonostante l’esiguità degli indizi e la difficoltà del viaggio, Ellie è intenzionata a partire.

Walter di Breaking Bad poteva contare su molte persone e nemmeno Ellie all’inizio è sola. Con lei c’è la fidanzata Dina, e già partito alla volta di Seattle c’è Tommy (fratello di Joel), a cui si aggiunge Jesse, l’ex-ragazzo di Dina.
A Seattle ci arrivano, e dapprima non sembra che sarà così difficile trovare i responsabili. Questo però all’inizio: già solo dopo poche ore dall’arrivo, Ellie e Dina si accorgono di quanto la situazione sia pericolosa.

I Lupi sono molti, forse troppi, migliaia fra militari e civili. Forse sarebbe meglio desistere, è questo che pensano. O perlomeno è quello che pensa Dina.
Ellie ha in mente solo una cosa: la giustizia, la vendetta. Perché la vendetta è giustizia, almeno per lei.
E non le importa che Dina abbia da poco scoperto di essere incinta dell’ex-fidanzato. Lei potrà stare al sicuro in un teatro nel centro di Seattle, ma Ellie deve partire, deve fare giustizia, deve avere la vendetta, la sua vendetta.

Gli ingredienti per il crollo della protagonista ci sono tutti. C’è la paura e il terrore, l’incertezza per la vita di Dina e per la sua, fra infetti e clicker, fra Lupi e i Serafiti (il gruppo di fanatici religiosi che si contendono Seattle con i WLF). C’è l’incertezza di riuscire a portare a termine il suo proposito, perché è per questo che ha viaggiato fino a lì.
E no, non sarà la gravidanza di Dina a fermarla, come il professor White non fu fermato dalla nascita della figlia.

Non sarà il terrore e non sarà lo spingersi oltre qualunque limite abbia mai raggiunto nella sua vita: Ellie prima spara e poi chiede, tortura e smembra come una macchina da guerra inarrestabile e inamovibile. Silenziosa e talvolta assai rumorosa, ha in mente solo la fronte spappolata di Joel.
Va avanti e va avanti, vittima dopo vittima, incurante che sia innocente o colpevole, l’importante è raggiungere colei che ha vibrato gli ultimi colpi sulla testa di Joel, Abby.

Ogni volta ci va sempre più vicina, quasi l’afferra, Ellie non pensa ad altro, prima in una stazione televisiva, poi in un ospedale, poi in un acquario. Intanto il conto delle morti aumenta: fra questi Mel, dottoressa del WLF incinta, incinta come quella Dina che Ellie ha lasciato indifesa per perseguire la sua giustizia, non quella di qualcun altro.
Ogni tanto Ellie trema, e quel tremore ci dice dei sussulti del suo animo. Forse comprende in quei momenti di lucidità, tanto simili a quello che fu Walter White, che questa non è la battaglia di Joel, se mai lo è stata.

Ma non importa, lei non si fermerà, non ha altro pensiero. È ciò che va fatto, è ciò che deve fare, è ciò che sa fare, è ciò che vuole fare.
Non è più la battaglia di nessuno, se non la sua contro il male, contro una vita contro, in cui neanche si accorge di essere il male lei stessa, come fu per Walter White.

Però qualcosa accade: Abby agisce di contromossa: Jesse muore, Tommy quasi. Dimostrando all’ultimo momento un’insolita umanità (quasi che anche lei fosse una sorta di professor White arrivato al capolinea), risparmia Ellie e Dina, fuggendo poi sotto la pioggia assieme al giovanissimo Lev, ex-Serafita rinnegato.
Da questo momento, pare che Ellie possa tornare a respirare. Con il peso dell’ennesima morte (Jesse) sulle spalle, i tre sopravvissuti tornano a Jackson, e lì rimangono.

Ritroviamo tempo dopo la vita famigliare di Dina con il figlio JJ, e accanto a lei Ellie. Hanno una casa in campagna e vivono bene. Tuttavia basta un nonnulla, una porta dell’ovile che sbatte, una folata di vento e il buio, per spingere nuovamente indietro di mesi la psiche di Ellie: la fronte spappolata di Joel è di nuovo davanti a lei.
Ha provato a lasciare i suoi propositi. Non può, non ci riesce.

Come furono per Walter le lusinghe per il suo prodotto, a porre di nuovo su un piedistallo il fatto che solo lei, solo Ellie, sia in grado di compiere l’impresa di vendicare Joel, oramai sepolto da tempo, giunge l’aiuto di Tommy, con la notizia che Abby è stata avvistata in California. Non più in grado di pensarci lui stesso a causa delle ferite dell’ultimo viaggio, sa benissimo che Ellie non si tirerà per nulla al mondo indietro: lei è l’eroina, la sola e unica.

L’esistenza e l’ego della sopravvissuta sono essi stessi la vendetta, oramai.
A nulla valgono i pianti e l’amore di Dina, come a nulla valsero in Breaking Bad quelli della moglie o del figlio. Ellie riparte. Walter White si ritrovò da solo al termine del proprio viaggio, e allo stesso modo Ellie è sola.

Ma almeno si sente viva. Tuttavia ancora una cosa le manca per essere viva: trovare Abby, sconfiggere Abby, uccidere Abby. Che Joel sia ormai solo un pretesto?
Ellie arriva stremata e ferita fino alla spiaggia in cui, in simili condizioni, pure Abby arranca. Sarebbe facile, forse giusto, concludere qui la spirale di sangue e luridi recessi della mente, come prova a suggerire l’assassina di Joel.

Ma Ellie non può, non ci riesce. Quando Abby rifiuta di combattere con lei, Ellie calpesta un altro poco i resti di umanità che le avanzavano, incurante una volta di più di chi le sta attorno, pur di sentirsi viva: minaccia di morte il giovane e inerme Lev, così da spingere Abby al combattimento.
La provocazione funziona e il combattimento ha luogo.
Ellie è prossima alla vittoria, con la testa della sua nemesi affondata nell’acqua dell’oceano. Però avviene qualcosa. La vista di Jesse prigioniero fece tornare lucido Walter, e qui abbiamo non più un moribondo Joel a balenare nei pensieri di Ellie, bensì un Joel vivo, la chitarra fra le mani, a fare un cenno alla sua figlioccia. È così che, estremo momento di lucidità, Ellie risparmia Abby.

I cattivi muoiono: Abby è salva e può fuggire con Lev, così com’è salva Ellie.
Finalmente libera da se stessa, dall’egoistico e masochistico desiderio di vendetta, torna a casa.
Nell’ultima scena non c’è JJ, non c’è Dina, c’è la chitarra. Una chitarra che non potrà mai più suonare per le ferite riportate, ma almeno è viva e forse, infine, è tornata anche a sentirsi viva.

Ellie

E Abby?

Anche Abby ha intrapreso, a un certo punto della sua vita, questa via, questa parabola discendente.
Questo viaggio nella perdizione era iniziato al termine del primo The Last of Us, con la morte di suo padre, il chirurgo che si era preso carico dell’uccisione di Ellie in cambio della salvezza dell’umanità, ucciso poi senza alcun ripensamento da Joel.

Per questo era iniziato il percorso di vendetta di Abby. Tristezza e follia, disillusione, come per Ellie e come per Walter, avevano occupato tutto l’animo di Abby, che di fatto era mossa unicamente da quella volontà di contare, di prevalere, di far prevalere se stessa e l’ego. Non importa se ciò avrebbe comportato la tortura di chissà quante persone, non importa se costringendo amici e compagni a rischiare la vita (fra questi Mel, la ragazza incinta). Però poi era riuscita nel suo intento, l’uccisione di Joel era stata compiuta e tutto pareva poter tornare alla normalità.

Non fosse che adesso Ellie è concentrata sul suo proposito e, come abbiamo visto, lungo il suo cammino compie una carneficina di compagni e amici di Abby.
Lei nuovamente ricade nello stesso circolo di violenza ed ego, che porta in caccia anche lei. Abbiamo visto che uccide Jesse, ferisce gravemente Tommy e sta pure per uccidere Dina, e la stessa Ellie.

Ma poi guarda il suo nuovo pupillo, il giovanissimo Lev che lei stessa ha salvato, sia dal WLF, sia dai Serafiti. Lo guarda e desiste.
Qui interviene il suo momento di lucidità. In un trittico ideale avremmo Walter-Jesse Pinkman, Ellie-ricordo di Joel, Abby-Lev.
Abby desiste e risparmia Ellie. Di nuovo, quando ancora una volta avrà l’occasione di eliminare la ragazza di Jackson, Abby desisterà, o perlomeno proverà a evitare lo scontro, andata forse finalmente contro la sua natura egomaniaca e vendicativa.

Certo, non rifiuterà l’ultimo combattimento con Ellie, tuttavia dobbiamo tenere in conto che la posta in gioco era la vita di Lev, sotto minaccia di morte da parte di Ellie. Bene o male, però, al termine di tutto anche lei può abbandonare il proprio passato di sangue e morte e vendetta ed ego, per avere forse un nuovo futuro, che non sempre il fato ci dona (come succede al protagonista di Breaking Bad).

Ellie

Walter White ed Ellie, e con loro anche Abby, sono forse assai diversi per molti aspetti: diverso è il mondo in cui vivono, diverso anche il vissuto, diverse varie caratteristiche caratteriali. Tuttavia entrambi (e con loro Abby) portano dentro il rancore e una voglia di rivalsa, che sia emotiva, economica o giustificata dalla vendetta, che con il tempo finisce per occupare la gran parte, se non la totalità, del loro io. Di fatto, il loro proposito è il loro io ed è onnipresente, e con il tempo consuma tutto ciò e tutti coloro che si trovano attorno a loro, fino a che non sono loro stessi a soccombere sotto l’ego, a meno che non riescano ad avere un momento di lucidità o la forza per riuscire a ribellarsi alla loro stessa natura.

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