Più sono grossi… – I boss: 1ª parte

Boss
Informazioni sul gioco

L’anno è circa il 1000 a.C. e il luogo è la Giudea, territorio conteso fra i Filistei e il regno di Israele. Gli scontri sono durissimi e vanno avanti per intere settimane.
Come se questo non fosse abbastanza, sono quaranta giorni che ogni mattino uno fra i Filistei sfida in un duello mortale uno fra i soldati Ebrei. Forse lo avrete già intuito: il nome di questo guerriero è Golia. Golia è uno che, in quanto a stazza e forza, farebbe impallidire pure Gregor Clegane, alias la Montagna, de Il Trono di Spade. È alto 3 metri e 8 centimetri e indossa un’armatura che da sola pesa 40 chili. Fra le armi annoveriamo invece una lancia la cui punta pesa quanto un gatto adulto, più o meno.

Viste le premesse, non c’è la fila fra i militi Ebrei per finire uccisi per mano di Golia. Tuttavia in questi tempi vive Davide, giovane che si occupa del gregge di famiglia, e capita un giorno che il padre lo mandi dai fratelli, reclute dell’esercito d’Israele.
Ovviamente Davide arriva nel momento in cui Golia si fa avanti alla ricerca della prossima vittima, ma stavolta a davanti a sé il minuscolo ma coraggioso Davide. Qui inizia la fama di Davide, che viene addirittura invitato a colloquio dal re d’Israele, Saul. Il sovrano gli fornisce un elmo, un’armatura e una spada, doni utilissimi ma di cui il ragazzino si libera in tempo zero.

Ha altri piani per Golia: le sue armi saranno una fionda e cinque sassi raccolti vicino a un fiume. Le prospettive di riuscita del ragazzo sono minime. Eppure basta una sassata ben piazzata nella fronte del gigante per farlo schiantare al suolo. Poi, con una fatality degna dei migliori Mortal Kombat, Davide prende in prestito la spada di Golia e lo decapita, ponendo fine al suo regno di terrore. Con la testa portata in giro a mo’ di trofeo, è festa grande in tutto il regno d’Israele.

Al netto delle varie tradizioni riguardo chi davvero abbia ucciso Golia, o su dove o quando si sia svolto lo scontro, e tralasciando anche cosa vuole insegnarci la storia dei libri biblici di Samuele (la fede in Dio è più efficace della fiducia in sé stessi), cosa c’insegna questa storia? Che nulla dà più soddisfazione di sconfiggere un boss.

Boss - From

Se pensiamo a una software house che ha seguito questo insegnamento sacro, non possiamo non pensare a FromSoftware. La casa produttrice di Tokyo non ha bisogno di presentazioni: nel corso dei suoi trentatré anni di vita ci ha donato moltissime perle videoludiche, che spesso sono state amate quanto odiate. Negli ultimi dieci anni e qualcosa, in particolare, FromSoftware si è imposta come quella dei videogiochi difficili e dei boss impossibili.

Gli imputati sono Demon’s Souls e i giochi a questo connessi, ovvero la trilogia di Dark SoulsBloodborne e l’ultimo in ordine di tempo, Sekiro: Shadows Die Twice (se escludiamo il remake del primo videogame). Tutti questi, tutti, nessuno eccettuato, ci fanno rivivere, scontro dopo scontro, boss dopo boss, quello che provò il giovanissimo e imberbe Davide davanti al corpulento, mastodontico e forse pure deforme Golia. In questo articolo e nel prossimo, proveremo a ripercorrere il terrore e allo stesso tempo la soddisfazione che abbiamo provato nell’affrontare queste opere videoludiche e i loro maledetti boss.

Siamo impotenti, e nessuno scommetterebbe uno spicciolo sulla nostra riuscita. E forse, morte dopo morte, schermata dopo schermata in cui ci viene ricordato che You Died, anche noi iniziamo a perdere le speranze di farcela. Eppure, schermata dopo schermata, tentativo dopo tentativo, qualcosa inizia a cambiare. Moriamo ancora, senza sosta, ma il boss ha sempre meno vita, riusciamo a resistere qualche manciata di secondi in più; magari ci piazziamo nel mezzo anche un po’ di farming selvaggio, giusto per salire quel paio di livelli che potrebbero spostare l’ago della bilancia dalla nostra parte.

I boss di Demon’s Souls: guerra a Boletaria

Boss

A partire da Demon’s Souls ci ritroviamo in mondi onirici, o meglio orrorifici, fra demoni e anime da ghermire, nel regno di Boletaria. Ci sono molti Golia da affrontare. Sono uomini e donne grossi, troppo grossi per essere umani: ci guardano dall’alto in basso, pronti a riversarci addosso le loro armi, le loro magie e il loro odio. È difficile capire se provano altro oltre all’odio, visto che possiamo solo combattere e trovare la forza per farli finire al suolo. È un susseguirsi di morte dopo morte, per il nostro minuscolo e spesso inerme avatar/Davide.

C’è il Falso Idolo, artefatto creato per la nostra distruzione con le sue illusioni e le sue magie, e c’è il suo vecchio sovrano, Re Allant, che ci aspetta al varco con la sua spada, la Soulbrandt. Il Cavaliere della Torre, membro corazzato della Tavola Rotonda del regno, sembra più una torre ciclopica che un cavaliere: ci fissa dai suoi svariati metri d’altezza, mentre noi fissiamo la punta della sua altrettanto gigantesca lancia (la guarderemo spesso da molto vicino, forse troppo vicino). Fra umani e non umani, demoni e arcidemoni, la situazione per il nostro Davide sfugge in fretta di mano: il boss noto come Colosso Immondo ci attende nelle sue stanze, fra oscurità e fioche torce. In questo nemico solo una parte è umana, solo la parte fatta di carne putrefatta. Il resto del suo corpo sono frammenti e pezzi di legno, un carapace spinoso e oscene protuberanze. Le mosche lo attorniano, troppo cresciute anche quelle, aggressive quanto il loro sovrano.

Gli enormi nemici di Demon’s Souls non terminano qui, e vanno solo peggiorando, mostruosi e inguardabili quanto letali, come potrebbe essere la Sanguisuga, non un unico invertebrato troppo cresciuto, bensì un’infinito garbuglio di sanguisughe, tutte assetate di sangue. O magari com’è il Fiammeggiante, boss avvolto da lingue di fuoco e pronto a renderci cenere con un solo colpo, nascosto nella sua spelonca sotteranea.

E noi stiamo lì, tremanti, a vedere le ombre dei nemici allungarsi di secondo in secondo sopra di noi. Le armi sono poche, le magie ben poco utili. Ci proviamo ancora, non ci arrendiamo al giogo e al gioco dei demoni, come non ci eravamo fermati davanti a Golia.

Vi ricordiamo il remake di Demon’s Souls è arrivato in esclusiva PlayStation 5 al lancio della nuova console targata Sony, lo scorso 19 novembre.

I Dark Souls: discesa nell’abisso

Fra le antiche rovine di Drangleic, Lordran e Anor Londo, in Dark Souls e nei due capitoli successivi non abbiamo molta più fortuna. Non morti e anime sperdute ci intrappolano, mentre noi ci sentiamo svuotati della nostra umanità. Le orde e le schiere dei nemici sono innumerevoli, fra scheletri, mostruosità senza nome, spettri, stregoni e guerrieri che hanno imparato da Golia l’importanza di essere più grossi dell’avversario.
Che siamo armati di una mazza o di una spada, o magari con un’alabarda o la Fiamma della Piromanzia, anche nella famosissima serie di FromSoftware dobbiamo abituarci più a morire che non a vivere: ogni nostro fendente, ogni miracolo, ogni Freccia dell’Anima è giusto un sasso contro gli scudi, le corazze e i gusci dei nostri nemici.

Anche qui i nostri avversari sono troppo grandi per essere veri, e dovremo mettercela tutta per conoscere ogni loro mossa e ogni loro debolezza: solo così potremo emulare il buon Davide biblico. Demoni e golem sono all’ordine del giorno, e poi c’è Queelag, signora del caos, a provare a renderci poltiglia con i suoi attacchi a base di fuoco e fiamme: la strega è al 30% donna, al 70% ragno con troppi occhi sulla fronte, al 100% pura malvagità.

Non meno malvagio è l’apparentemente innocuo Gwyndolin (per gli amici Sole Oscuro). È esile, alto, sembra quasi un serpente albino. Nemmeno a farlo apposta, ha dei serpenti al posto delle gambe. Efebica ed eterea come Gwyndolin, e come lui troppo grossa per essere una semplice umana, come eravamo invece noi un tempo, è la Guardiana di Aramis, Priscilla. La figlia di Seath, che per inciso è un drago nato dalle vostre peggiori paure, ci scaglia contro i fendenti della sua falce, lunga quanto un’utilitaria.

Difficile dire quante volte siamo morti e moriremo, in questo mondo fatto di dei caduti e su cui regna Gwyn. Le sale del Signore dei Tizzoni sono pietra nuda e fiamme che lui stesso emana, mentre ci squadra da sopra il nostro cimiero. È rapido come le sue lingue di fuoco, ma è anche l’ultimo Golia, prima che possiamo entrare in possesso dei segreti della fiamma, dei segreti del regno.

Gwyn, il Signore dei Tizzoni.

BossMa questo era solo il primo Dark Souls. Nel secondo capitolo ci aspetta Drangleic, decaduta civiltà, perduta fra le pieghe dell’esistenza, nel cui vorticare siamo caduti noi stessi.
Siamo caduti in un vortice che, a partire dal primo Demon’s Souls, ci sta facendo perdere il senno. Le mostruosità e i boss che ci si parano davanti sembrano essere sempre più incredibilmente disgustose e sempre più enormi.

Il Putrido, nomen omen, è un ammasso informe di corpi mutilati che si avvinghiano e si divorano, gli uni sugli altri e dentro gli altri. Si mangiano e tastano il nulla con le loro mani tremanti, e ci guardano: legati insieme e uniti a formare un’unica entità, come il gruppo di demoni biblico Legione, non vogliono altro che ridurci in poltiglia con il suo/loro pugno e farci a fette con la sua/loro mannaia. La fuga non è contemplata, solo la morte o la riuscita.
Questa massima la conoscono bene il massiccio Cavaliere dei Draghi, alabarda e scudo grande quanto un cavallo, e la Sentinella Flessibile, i cui due busti e le quattro braccia (armate ciascuna di una scimitarra lunga più di noi) sono interamente al servizio del nostro dissanguamento.
L’Ultimo Gigante, un po’ pietra e un po’ corteccia, allo stesso modo non fa altro che tentare di pestarci con i suoi arti, mentre il foro sulla sua faccia inesistente ci mostra un mondo fatto di buio.

E in un posto in cui ogni cosa è gigante e mostruosa, non da meno potevano essere le armi e gli attrezzi che vengono usati, e non soltanto questi. Il Carro del Boia è un orribile creatura a metà fra un carro e un cavallo spettrale, venuto al mondo e in vita per tormentare i non morti, e per buttarlo al suolo serve ben più di qualche sasso e una fionda.

Tutto conduce poi alla fine e al boss finale, a Nashandra. Questa sovrana degli abissi è il retaggio di un’eredità antica e oscura quanto il suo corpo e le sue magie, e la sala del trono in cui ci troviamo ad affrontarla. Ancora un passo, però, e finalmente saremo liberi dalla maledizione.

BossO forse no, visto che finiamo solo per approdare in Dark Souls III. Le ceneri del passato sono ancora calde, e noi vi immergiamo le nostre infime mani alla ricerca dei tizzoni, per trovare ancora una volta una conclusione alle nostre sofferenze e un po’ di pace in una vita fatta di morte.
A pararcisi contro, ancora una volta in una sfilata e in una gara a chi è più grande degli altri, si susseguono un boss dopo l’altro. Granbosco è uno di questi, un virulento e pustoloso albero, talmente grosso e aggressivo da far impallidire gli ent de Il Signore degli Anelli, e prova a stritolarci nella nostra stessa armatura.

Vordt della Valle Boreale: di questo Golia potremmo scriverne assai a lungo. Guerriero e guardiano fiero, armato di mazza, si mostra a noi con la stazza tipica di quelli della sua stirpe. Si muove a balzi, rasente il suolo, in un balletto di attacchi che lo rendono simile più a un canide che non a un umano.

Ancor più inquietanti sono i due gemelli, i principi Lorian e Lothric, un duo di carnefici che ci fa gridare vendetta ogni volta che entriamo nel loro sontuoso salone. I due, intimamente legati, si fanno forza e si sostengono quando noi, minuscoli, proviamo ad abbatterne uno. La sfida è tanta, quanto è grande la soddisfazione di veder cadere al suolo quelle loro teste dai capelli d’argento.

Forse pure peggio, e sicuramente fra i vincitori dell’ambito premio di Golia della serie dei Souls, è il Signore Supremo Wolnir. Il signore di Carthus ha vissuto troppo a lungo, ed eone dopo eone ha perso la sua parvenza di umanità, ridotto ora a uno scheletro di ciò che fu. È letteralmente così che questo boss si mostra a noi: Wolnir è uno scheletro gargantuesco, nel cui palmo della mano potremmo stare comodamente sdraiati. Il suo regno è sì un regno di cui lui sarà sovrano in eterno, ma è un reame fatto di buio, in cui le uniche luci che s’irradiano intorno provengono dai suoi monili e dal suo volto, ossa scarnificate e occhi vuoti, con un sorriso ampio come quello di un cranio.

Ma alla fine usciamo dalle profondità di questo universo, solo per finire in un mondo informe e avviluppato su se stesso. Ci sono rovine smembrate, attorno a noi, rovine e la cenere. La cenere è il segno che l’Anima dei Tizzoni, il Golia finale, è giunto.
È silenzioso, rapido, dal cuore di fiamme, su di un terreno di fiamme e sotto un cielo di fiamme. Un altro guerriero troppo cresciuto e un’altra sfida per dimostrare a noi stessi che possiamo farcela. E ce la faremo, prima o poi, con la fiducia in qualche dio o nelle nostre capacità, ma ce la faremo. Tutto tornerà finalmente a essere buio e calmo.

O almeno così pare. Perché nel buio non si nasconde mai nulla di buono, come scopriremo nella seconda parte del nostro viaggio.

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