Unpacking – Recensione: l’abitudine di tornare

Unpacking recensione puzzle videogioco

Unpacking, tagliamo subito la testa al toro, è un videogioco bellissimo. Opera del team di sviluppo australiano Witch Beam, il titolo della recensione di oggi è stato pubblicato sotto l’ala di Humble Bundle.
E per quanto, lo abbiamo già detto, sia un’opera realizzata in maniera quasi totalmente ineccepibile, addentriamoci insieme in un mondo fatto di scatoloni e traslochi, vite in movimento e ricordi.

Unpacking: un gioco vuoto?

Il titolo di Witch Beam ha un piccolo problema di definizione di genere. Potremmo parlare di una specie di puzzle game in cui il nostro divertimento è quello di organizzare la nostra casa, spacchettando gli scatoloni del nostro trasloco e piazzando dalla camera da letto al bagno ogni oggetto che tiriamo fuori.
Senza strane similitudini, Unpacking è come un piccolo Tetris della vita umana.

Spiegato in questo modo, potrebbe sembrare che il gioco sia vuoto, con l’aprire le scatole e distribuendo gli oggetti per tutta la casa come meri pretesti per creare un’opera senza tante pretese. Però non è decisamente così, e anzi siamo di fronte a uno dei titoli degli ultimi tempi con più cuore e introspezione dell’intero panorama videoludico.

Una protagonista invisibile

In un gioco che (solo) all’apparenza è vuoto, abbiamo allo stesso modo una protagonista invisibile. In nessuna delle scene, dei livelli che compongono Unpacking, vediamo mai la ragazza che seguiamo di trasloco in trasloco.
Non ne sentiamo mai la voce, né ne percepiamo mai l’ombra. Gli unici scorci che abbiamo di lei sono nelle pixellose fotografie che appendiamo sulle bacheche o sul frigorifero.
Eppure quasi potremmo dire di vederla e di sentirla insieme a noi, mentre apriamo le sue scatole e frughiamo fra le sue cose.

Un silenzio assordante

In quest’atmosfera totalmente zen, alle volte sembra di straniarsi dalla realtà. La colonna sonora, dolcissima e delicatissima, va e viene e aiuta decisamente in questo.
Così come incide molto su questo effetto il silenzio in cui rimaniamo quando le musiche svaniscono.

Attorno a noi non abbiamo altro che il silenzio e una casa vuota, da riempire di oggetti e ricordi. Gli unici rumori che sentiamo sono il suono di cocci quando impiliamo le ciotole in cucina, o quello della carta quando appoggiamo i libri sugli scaffali. Poi chiudiamo tutti i cassetti e passiamo alla stanza successiva.

Show, don’t tell

Se c’è una cosa in cui questo piccolo gioiello eccelle, questa è la narrazione. Ebbene sì, nonostante siamo di fronte a un semplice puzzle game, un tranquillissimo indie che sembra nient’altro che un passatempo, Unpacking nasconde invece una capacità di raccontare di altissimo livello.
L’opera di Witch Beam non racconta per eventi, non si affida a dialoghi o a testi. Tutto ciò che serve al videogioco sono gli oggetti. Sono tanti, piccolissimi oggetti che si caricano di vita propria e dei ricordi della loro proprietaria: calzini, peluche, quaderni, tazze e libri, ogni cosa ha il suo posto nella storia e nella memoria della protagonista.
E ciò che non viene mostrato né narrato, viene colmato dalla mente e dal vissuto di noi giocatori. Viviamo un po’ quello che si vive leggendo un fumetto, quando andiamo a riempire lo spazio bianco fra due vignette.

Unpacking recensione Witch Beam

Man mano, dal primo livello (ovvero la nostra cameretta di quando eravamo piccole), finiamo per affezionarci alla nostra avatar invisibile. Di trasloco in trasloco iniziamo a riconoscere i quaderni, il PC, i libri. Le case cambiano attorno a noi, e con loro cambia pure qualcosa dentro di noi, fino a commuoverci in più di un caso.

Non sono poche le situazioni in cui noi giocatori aggiungiamo qualcosa di nostro all’esperienza ludica. Chi è stato studente fuori sede ricorderà com’è il condividere con i coinquilini il poco spazio su mensole e scaffali, oppure ci sarà chi rivivrà le prime esperienze di convivenza, o magari qualcun altro si rivedrà in uno specchio del bagno, quando la sua tazza preferita, adesso sbeccata, è diventata un perfetto portaspazzolino.

La semplicità di Unpacking

La direzione artistica

Come sulle modalità narrative e le altre caratteristiche che abbiamo approfondito finora, anche sul lato visivo non possiamo che godere della bellezza del titolo australiano.
Con schermate chiare e che riproducono in maniera dettagliata le molte stanze che dobbiamo arredare, Witch Beam ha scelto la strada della pixel art. Questa tecnica sta benissimo con l’aura retro del videogame, che addirittura in qualche momento sembra riprodurre alcuni difetti visivi dei vecchi televisori.

Nel videogioco non manca neppure una modalità foto, in cui possiamo personalizzare i nostri scatti aggiungendo filtri, effetti e sticker.

Un gioco per tutti

Accanto a una semplice quanto efficace visione artistica, abbiamo l’altrettanto perfetta semplicità degli input. In Unboxing, anche per via del genere scelto dagli sviluppatori, non abbiamo a che fare con chissà quali comandi che dobbiamo apprendere. Anzi, il tutto è molto scarno (forse perfino troppo, visto che qualche neofita o casual gamer potrebbe sentirsi leggermente spaesato, in principio).
Un piccolo appunto negativo, in effetti, è sugli input. Purtroppo non sempre risultano precisissimi o reattivi in maniera istantanea sotto le nostre dita.

Unpacking recensione gameplay

Di sicuro appeal su chiunque voglia avvicinarsi all’opera, c’è appunto la riduzione all’osso della complessità. Ciò consente infatti a chiunque di giocare al titolo, sia che siamo a digiuno di videogame da anni, sia che siamo all’opposto dei pro gamer.
Inoltre, la struttura a stanze e l’estrema calma che si prende Unpacking ci permettono anche di dedicargli sessioni molto brevi oppure, se il tempo ce lo consente, di lasciarci andare a sessioni decisamente più lunghe.

recensione indie Unpacking

Conclusioni

Unpacking si presenta come un piccolo gioco, un gioco che potrebbe sembrare un mero passatempo per una serata o due.
Tuttavia, basta che ci colga il momento o il mood giusti, e l’opera di Witch Beam può trasformarsi e mostrare il suo vero io, un piccolo universo di pixel ed emozioni al sapore di cartone e oggetti imballati.
Con queste premesse e con i ben trascurabili difetti, ci sentiamo di consigliarlo a chiunque, perché probabilmente un gioco del genere potrebbe solo fare del bene a tutti noi.

 

Lo potete trovare su Windows, iOS, Nintendo Switch e per finire sulle console Xbox. Segnaliamo che è disponibile anche per gli abbonati al servizio Xbox Game Pass, che dunque potranno usufruirne senza alcun costo aggiuntivo.

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Unpacking recensione puzzle videogioco
90
Masterpiece
90100
Pros

La direzione artistica

Lo "show, don't tell" narrativo

La semplicità

Cons

Input talvolta imprecisi

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