Games of Ages: videogiochi e guerra atomica

videogiochi guerra atomica
Informazioni sul gioco

Dopo aver parlato, ormai molto tempo fa, di videogame e presidenti, e di opere videoludiche e pandemie, oggi torniamo con la nostra rubrica Games of Ages per entrare nel mondo di videogiochi e guerra atomica.

Fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, con lo sgancio statunitense di due ordigni sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, il terrore che potesse scoppiare una guerra atomica sulle proprie teste ha accompagnato l’intera umanità.
Lo abbiamo visto, nei decenni successivi, con il periodo della cosiddetta Guerra Fredda. Il blocco occidentale, con a capo gli Stati Uniti, e quello orientale, dominato dall’Unione Sovietica, erano pronti a farsi la guerra. E sebbene (fortunatamente) quest’ultima non sia mai scoppiata, il rischio di una escalation nucleare di quel conflitto sopito è sempre stato presente.
Tra guerre legate ai due blocchi (in Corea, in Vietnam, ecc.) e tensioni come la crisi missilistica di Cuba, il globo sembrava sempre sul punto di deflagrare in un enorme fungo atomico.

Eppure, benché i potenti utilizzassero le armi nucleari come deterrente e per imporre la propria visione agli avversari, le nazioni di tutto il mondo sono sfuggite al rischio.
Tuttavia questo rischio rimane un’opzione valida anche oggi.
Anche con la recente aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina, fin da subito ci si è chiesti quanti rischi ci fossero di un conflitto atomico. E se già non ci avessimo pensato da soli, a spaventarci, sono arrivate poi nel tempo dichiarazioni dalle parti in causa. I vertici russi, in più di un’occasione, hanno ventilato l’ipotesi di uso di armi devastanti nel caso di discesa in guerra della NATO, sebbene in altri momenti abbiano invece spinto per la distensione.

La guerra atomica nei videogiochi

Insomma, la situazione attuale risulta grave se non gravissima.
E però, come dicevamo, da sempre le guerre nucleari hanno trovato il loro spazio in tutte le tipologie di opere, cinematografiche, romanzate, a fumetti, ecc. Fra queste abbiamo anche i videogiochi, appunto.
Facciamo insieme un viaggio tra alcuni titoli videoludici che hanno segnato il mercato e la critica, oltre a dare una loro visione personale e interessante del pericolo atomico.

The Last V8 (1985)

Indietreggiamo di quasi 40 anni, fino a quel 1985 in cui la Guerra Fredda e i discorsi del presidente U.S.A. Ronald Reagan non facevano ancora ipotizzare una conclusione del conflitto sopito con l’Unione Sovietica.
E così, dall’influenza culturale del periodo nacque questo insolito racing game, The Last V8 (forse con una neanche troppo velata ispirazione al Mad Max cinematografico), pubblicato da Mastertronic e uscito su varie piattaforme, fra cui il classico Commodore 64 e Atari 8-bit.

In game interpretiamo il nostro protagonista, pronto a uscire dal proprio bunker militare sotterraneo. È il 2008 e il mondo al di fuori del bunker è totalmente devastato, vittima appunto di una guerra atomica.
Il nostro scopo una volta fuori dal bunker è cercare i pochi superstiti in giro per le lande desolate che circondano la nostra base.

Tuttavia, mentre schiviamo cadaveri di auto e altri resti della civiltà, nel nostro correre a destra e a manca arriva sempre il medesimo e inquietante messaggio: “Ritorna immediatamente alla base“.
Perché il conflitto potrà pur essere concluso, ma anche in un mondo interamente devastato, le bombe continuano a esplodere. E non importa che abbiamo un’auto in grado di superare i 400 chilometri orari o dotata di uno scudo antiradiazioni: la guerra atomica continua a chiedere il proprio pegno alla povera e disperata umanità.

Inizia qui il vero e proprio gioco, la fuga, il ritorno a casa. È una casa di metallo e totalmente alienante dal resto del mondo, ma quel bunker è l’unico posto in cui ci sentiamo (e siamo) al sicuro.

The Sacred Armour of Antiriad (1986)

Per il secondo titolo del nostro viaggio storico-videoludico, ci spostiamo di poco avanti nel tempo. Il pericolo della guerra atomica era ancora onnipresente nei videogiochi. Questo nonostante da lì a 6 anni ci sarebbe stato il tracollo definitivo dell’Unione Sovietica.
Ed ecco dunque uscire l’insolito The Sacred Armour of Antiriad di Palace Software e Daniel Malone (titolo che nel mercato statunitense venne distribuito con il nome di Rad Warrior, se non fosse chiaro il riferimento al pericolo radioattivo). Come nel caso precedente, anche The Sacred Armour of Antiriad si diffuse su molteplici piattaforme, più o meno famose: dal Commodore 64 all’Apple II, dallo ZX Spectrum ai dispositivi IBM.

Lo abbiamo definito insolito, e almeno dal punto di vista della trama è davvero così.
Si parte infatti con un setting da principio abbastanza noto: nel 2086 l’umanità crolla definitivamente a causa di un conflitto nucleare, senza scampo per la maggior parte del pianeta.
E però la storia del nostro gioco è assai distante dal cominciare. Dobbiamo infatti avanzare di millenni a partire da quella guerra, quando ormai i resti dell’umanità sono stati in grado di diventare una nuova specie, che prova a vivere in una situazione edenica.

Non fosse per una razza aliena che si risveglia in un’ancestrale base militare, divenendo i signori di questi nuovi umani.
A ergersi contro i nuovi signori ci pensa Tal, che parte alla ricerca dell’antichissima armatura del titolo: un’armatura anti-radiazioni dell’umanità che fu, corazzata e dotata di poteri perfetti contro i nemici alieni.

Il titolo è un action adventure suddiviso in schermate fisse, in ciascuna delle quali ci troviamo ad affrontare nemici e boss, oltre a ostacoli e puzzle ambientali.
Partendo come dei comunissimi e seminudi umani, man mano recuperiamo l’armatura di Antiriad e ne sblocchiamo di volta in volta i vari upgrade: stivali antigravitàmine a implosione, raggi pulsar e altro ancora.

Double Dragon (1987-2017)

Con questa coppia di titoli ci spostiamo invece nell’universo dei cabinati e delle vecchie sale giochi, anche se l’ultimo episodio è uscito sulle console della passata generazione.
Intanto, a livello di gameplay, siamo alle prese con una delle saghe (se non la saga) per eccellenza alla base dei titoli beat’em up, ovvero quei videogame in cui bisogna menare le mani, però mentre il fondale e il paesaggio si spostano avanti assieme a noi. Infatti sono comunemente noti come picchiaduro a scorrimento.

Le trame, da un videogioco all’altro, hanno delle differenze, ma di fatto hanno anche moltissimi tratti in comune. Basandosi soprattutto sulla cinematografia connessa ad arti marziali, gang di strada e combattimenti, portano al contempo avanti narrazioni legate al tipico salvataggio della damigella in difficoltà e a missioni di vendetta.
Protagonisti della serie sono i due fratelli gemelli Billy e Jimmy Lee, esperti combattenti e pronti ad affrontare orde pressoché infinite di nemici, bande di nerboruti guerrieri, fino ai loro boss.

Tra armi improvvisate, barili in fiamme, mosse acrobatiche, la serie di Double Dragon ha segnato un’intera generazione di gamer, perdendo poi mordente con il susseguirsi dei capitoli. Fino all’ultimo uscito, stroncato da pubblico e critica.
E però, fra una missione di vendetta e la ricerca di antiche pietre magiche e viaggi fra santoni e maestri orientali di arti marziali, Double Dragon è un ottimo esempio dell’idea di guerra atomica di fine anni ’80. Sì, perché, nascosto fra le pieghe di tutti gli scontri e di tutti i cazzotti, batte un cuore post-apocalittico.

Sebbene in molti contesti questo elemento non venga portato alla luce, se non omesso, nella versione giapponese del primo Double Dragon si parla espressamente di una guerra nucleare che ha colpito New York.
Ripensando ai background e ai panorami che scorrevano sullo sfondo del cabinato, tutto ha senso. Più che lo skyline della città statunitense, infatti, sembrava che percorressimo rovine di vicoli e grattacieli. E anche i nemici ricordavano personaggi usciti direttamente da film come la serie di Mad Max.

Wasteland (1988-2020)

E dai cabinati passiamo a una longevissima serie, ovvero Wasteland. Sviluppata prima da Interplay per PC, è successivamente approdata anche su console con l’apporto di inXile Entertainment.
Arrivato decisamente prima del successo pluridecennale di Fallout, Wasteland è stato l’iniziatore dell’ambientazione e dello stile di gioco che hanno caratterizzato la saga falloutiana. Tra l’altro, curiosamente questa da principio fu in mano proprio a Interplay.
Per cui, dal punto di vista del gameplay, con la serie di Wasteland abbiamo a che fare con alcuni capostipiti del gioco di ruolo. Capostipiti che nel corso degli anni e dei tre titoli della saga hanno saputo differenziarsi. Questo mantenendo sempre la sua componente ruolistica e l’origine nei vecchi GDR da tavolo, come la presenza di molte caratteristiche e abilità da migliorare in game.

Nel primo Wasteland si alternavano sequenze esplorative con visuale dall’alto ai vari incontri e scontri. Ma fra i motivi per cui ricordiamo il primo titolo della serie abbiamo la presenza di un mondo persistente, in grado cioè di esistere ed evolvere secondo leggi proprie anche quando il nostro avatar non si trovava nelle vicinanze.
Secondariamente, fondamentali nel giocare Wasteland erano note e testi contenuti nel manuale del gioco: per conoscere dunque ogni dettaglio della lore e per avere indizi sul proseguimento della storia, ci si doveva necessariamente affidare a quel supporto fisico. Ciò da un lato diminuiva il carico in termini di memoria sul videogame, dall’altro lato rendeva ardua la vita a chi entrava in possesso di una copia contraffatta del titolo.

Il secondo episodio, primo di inXile Entertainment (uscito nel 2014, quindi parecchi anni dopo il titolo originale), mantiene il nucleo vitale del precedente Wasteland, tuttavia con novità dettate anche dalle nuove possibilità tecniche.
La visuale rimane dall’alto, con un videogioco in isometrica, con combattimenti a turni. Ciò che però dà il senso della profondità del videogame è sicuramente l’avere a nostra disposizione un party di 7 personaggi. Di questi, 4 sono controllati da noi, e sono personalizzabili in moltissime caratteristiche fisiche nelle abilità. A questi 4 personaggi si aggiungono anche 3 NPC, che tuttavia seguono ciascuno un proprio codice morale e comportamentale.

Infine abbiamo Wasteland 3 (2020), che nel gameplay si mantiene sugli anni di rodaggio precedenti. In aggiunta ha però anche il multiplayer (anche asincrono), con una modalità cooperativa.

La trama di Wasteland

Come nella tradizione di questo filone, anche in Wasteland abbiamo un’ucronia che va a narrarci una storia mondiale differente. Il tutto parte nel 1998, con la guerra atomica che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Sovietica, con quest’ultima che riesce a lanciare il proprio attacco nucleare sugli U.S.A.

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Da qui passiamo, nel primo capitolo della saga, al 2087: siamo negli Stati Uniti sud-occidentali (terreno fertile per moltissimi romanzi post-apocalittici nonché per i successivi Fallout), nelle zone desertiche dell’America, rese ancora più devastate dai funghi atomici di qualche decennio prima.
Protagonisti di questo nuovo mondo sono i Desert Ranger, ultimi scampoli del vecchio esercito statunitense, impegnati a difendere gli ultimi umani dagli innumerevoli pericoli che devono affrontare, come esseri mutanti e predoni. E non soltanto: come ben presto scoprono, una vecchia intelligenza artificiale ha pianificato lo sterminio dell’umanità, e per fare questo ha intenzione di servirsi di cyborg assoggettati alla sua volontà.

Il secondo capitolo si apre 15 anni dopo gli eventi appena narrati. I Ranger occupano la roccaforte un tempo in mano ai Guardiani, sorta di monaci adoratori della tecnologia, ora totalmente eliminati dall’equazione proprio dai Ranger.
Il titolo ha inizio con la morte violenta di uno dei membri di spicco dei Ranger, Ace. Ed è indagando sulla morte di Ace che veniamo così a scoprire di alcuni Guardiani rimasti in vita. Questi hanno covato vendetta contro i resti dell’esercito statunitense, sfruttando (anche loro) la human augmentation per creare un’armata di cyborg.

Infine, l’ultimo episodio ci porta in un nuovo setting. Abbandonati Arizona e Los Angeles, in Wasteland 3 il protagonista è il Colorado, adesso una landa devastata e ghiacciata.
Qui, gli unici due Ranger sopravvissuti a un assalto durante una missione entrano a contatto con la comunità controllata dal Patriarca. E non passa molto tempo prima che si rendano conto di quanto il Patriarca sia distante dall’essere un governante benevolo e apprezzabile.
Anche in questo caso, i Ranger devono diventare gli eroi per una delle ultime sacche di umanità degli interi Stati Uniti.

Badlands (1989)

Dopo questo excursus nel corso di tre decenni per seguire la storia di Wasteland, torniamo indietro fino agli anni ’80, che ancora ne hanno da donarci.
Per esempio è del 1989 Badlands di Atari. Nato come cabinato, per cui sono stati realizzati poi molteplici porting, Badlands ci mostra sicuramente una guerra atomica differente dai videogiochi della serie di Wasteland.

Il post-apocalittico, il post-guerra atomica di questo prodotto è infatti decisamente più scanzonato. Abbandoniamo la profondità degli RPG per tuffarci in gare a base di veicoli corazzati e modificati, da quali possiamo sparare con cannoni e lanciamissili.
Intanto le piste su cui gareggiamo sono altrettanto pericolose, disseminate come sono di trappole e mine.

Tex Murphy (1989-2014)

Eccoci infine all’ultimo titolo dei prolifici anni ’80 che abbiamo selezionato per voi. Parliamo di un’altra saga, quella dell’investigatore Tex Murphy.
Questa serie, al di là delle componenti legate a trama e lore, ci dà anche uno spaccato della produzione videoludica dell’epoca. Facciamo riferimento infatti a uno dei tantissimi videogame d’avventura realizzati tramite la tecnica del full motion video, ossia con video con attori in carne e ossa.
In particolare, la serie di Tex Murphy (di proprietà di Access Software prima, di Big Finish Games poi) è stata attiva dal 1989 al 2014, con un ultimo titolo di cui si sono perse le tracce.
Ma rimaniamo ancorati alle avventure che già abbiamo potuto vedere e vivere di Tex Murphy.

Il personaggio che dà il proprio nome al titolo della saga è, come abbiamo detto, un investigatore privato che opera in una San Francisco estremamente differente da quella che conosciamo. Il mondo di Tex Murphy è infatti un mix di opere e ispirazioni che traggono origine da diversi sottogeneri della fantascienza. Si va dal post-apocalittico più esplicito (di fatto la serie si svolge dopo una guerra atomica), a cui si legano forti elementi cyberpunk, che certamente hanno i loro riferimenti più palesi in film come Blade Runner.
Ed è dunque in un contesto del genere, ricco di zone d’ombra e pericoli, che opera Tex Murphy. I cieli sono resi rossi dalle radiazioni, e le persone che non vivono protette da queste radiazioni mostrano i segni e le cicatrici lasciati dall’esposizione alle armi nucleari.

Le indagini portano il protagonista a investigare dapprima sulla morte di uno scienziato, dapprima classificata come suicidio, dopodiché sul rapimento di una giovane. Da qui si passa poi al recupero di merci preziose trafugate e altre persone scomparse (non senza legami con i servizi segreti), fra cui la sua fidanzata.
Il tutto condito di elementi pulp, insieme ad altri più tipicamente cyberpunk, come impianti cibernetici, controllo mentale e rimozione dei ricordi.

Fallout (1997-TBA)

Eccoci poi arrivare a una delle saghe, se non la saga, post-apocalittiche più longeve. Parliamo ovviamente di Fallout, che negli anni ha visto susseguirsi diversi publisher e sviluppatori: Interplay Entertainment, Bethesda Softworks, Black Isle Studios, Bethesda Game Studios, Obsidian Entertainment. Tutto questo nell’arco (a oggi) di 25 anni d’età dell’intera serie. Scriviamo fino a oggi perché, come vi abbiamo riportato, Bethesda è pronta a lavorare a pieno regime su di un prossimo Fallout 5.
Ma, tralasciando quale sarà il futuro di Fallout, abbiamo comunque molto da dire su questa saga, che ha segnato il sottogenere post-apocalittico e post-guerra atomica.

Intanto, anche solo attenendoci alla serie principale, nel corso dei decenni abbiamo visto molteplici evoluzioni nel gameplay.
Si è passati dal GDR classico dei primi due capitoli, con visuale isometrica e combattimerni a turni, all’aggiornamento in forma di RPG in prima persona (switchabile in terza) con alcuni elementi quasi da sparatutto in prima persona. C’è poi stato l’esperimento di Fallout 76, che ha portato la saga, prettamente a giocatore singolo, sui lidi del multiplayer.
A questi si aggiungerebbero poi molti altri spinoff di varia natura. Fra questi abbiamo il gestionale Fallout Shelter e il tattico Fallout Tactics: Brotherhood of Steel. Ma atteniamoci alla serie principale e ai due più importanti spinoff.

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A seconda del titolo di riferimento, ciascuno dei vari Fallout si svolge sempre dopo un’apocalisse nucleare, che si tratti di pochi decenni dopo lo scoppio delle bombe sul suolo statunitense, oppure secoli dopo. Nonostante questo, gli elementi comuni sono sempre moltissimi, a fare da collante fra le varie opere di Interplay e Bethesda.

In primis lo stile retrofuturistico: il mondo della serie è sicuramente futuristico e fantascientifico, ma con una visione basata su com’era immaginato il futuro negli anni ’50 e ’60 del Novecento.
Poi abbiamo la dimensione ucronica. Parliamo del classico “Cosa sarebbe successo se…?“. In questo caso, abbiamo a che fare con una Guerra Fredda proseguita decisamente oltre la reale conclusione del gelido conflitto fra U.S.A. e blocco orientale, con annessa disgregazione dell’Unione Sovietica. In particolare, la data da ricordare è il 2077: in quest’occasione la Cina decide per l’attacco ai danni del rivale americano, concludendo la guerra in pochissimi minuti grazie a una mole incredibile di ordigni atomici.
Tra l’altro è comunque interessante vedere come, tralasciando la questione del conflitto fra Comunismo e blocco occidentale, molti dettagli della lore di Fallout siano assai attuali. A originare la guerra atomica, troviamo fra i molti motivi scarsità di risorse e di beni di prima necessità, con annessi i cambiamenti climatici.

Dopo la guerra lampo, gli Stati Uniti si sono così tramutati in lande desolate e disabitate. Questo, eccezion fatta per pochissimi gruppi di umani, oltre ad animali e persone mutate dalle radiazioni (i cosiddetti ghoul) o vittime di esperimenti (come i supermutanti).
Nel frattempo, gli ultimi resti di civiltà resistono nei Vault, bunker sotterranei in cui l’umanità è destinata a resistere per i decenni e secoli a venire. Certo, non fosse per gli esperimenti a cui sono destinati gli abitanti di molti di questi Vault.
In ogni caso, è da questi Vault che partono e si dipanano quasi tutte le trame dei titoli della serie.

I Fallout

Il periodo Interplay Intertainment

Il primo titolo della saga si svolge nel 2161 e vede protagonista un giovane, inviato in missione per conto del suo Vault (il Vault 13) in California meridionale. La sua missione è trovare un chip alternativo per rimettere in funzione il sistema di riciclaggio dell’acqua del suo bunker. L’alternativa è il ritrovarsi con l’acqua del Vault destinata a divenire tossica per tutti gli abitanti.
Il protagonista riesce nell’impresa, non prima però di incappare in un’ulteriore minaccia. Il Maestro, essere ormai ben poco umano, vuole divenire il signore dell’intero globo con il suo esercito di supermutanti, non prima di aver trasformato pure tutti gli altri umani in mutanti.

Nel secondo episodio, ambientato qualche decennio dopo (2241), prendiamo invece il ruolo del discendente del precedente ed eroico abitante del Vault. Anche in questo caso dobbiamo risollevare le sorti di una comunità sull’orlo del precipizio, la città tribale di Arroyo. E pure stavolta, a fare da chiave di volta è un elemento di tecnologia come il G.E.C.K. (Garden of Eden Creation Kit). Il G.E.C.K. è in grado di plasmare la natura e la terra stessa per ridare un futuro ad Arroyo.
Purtroppo, anche stavolta i nemici non mancano. Stavolta tocca all’Enclave, gruppo segreto che prova a controllare da dietro le quinte i moderni (e distrutti) U.S.A.
E sono proprio loro a rapire gli abitanti di Arroyo per sottoporli a orridi esperimenti per creare un’armata di supermutanti da assoggettare.

Il periodo Bethesda Softworks

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Per Fallout 3, il primo dell’epoca Bethesda, ci vengono mostrati gli effetti della guerra atomica anche sulla costa orientale degli Stati Uniti, in particolare l’area di Washington D.C.
Qui, nel 2277, a contendersi il territorio e le risorse (naturali ma soprattutto tecnologiche) sono l’Enclave e la Confraternita d’Acciaio. Fra di loro si pone un giovane appena fuoriuscito dal Vault 101, rimasto attivo fin dallo scoppio delle bombe atomiche.
Sono le sue scelte, dapprima fuggito dal Vault alla ricerca del padre, a modificare il presente e il futuro della Zona Contaminata della Capitale. Sta infatti a noi scegliere da che parte stare, con le molte opzioni di tipo morale da selezionare in game.

Prima di proseguire con la saga principale, abbiamo uno degli spinoff: Fallout: New Vegas, affidato a Obsidian.
Con questo titolo torniamo sulla West Coast, in particolare New Vegas (versione post-apocalittica di Las Vegas). Ed è qui, muovendoci fra slot machine e mostri mutanti, che nel 2281 si giocano le sorti dei resti degli Stati Uniti occidentali.
La guerra atomica, anche qui, ha generato una distruzione totale del potere, adesso conteso fra l’armata robotica di Mr. House, la Legione di Caesar e l’esercito dell’NCR (New California Republic). Con la presenza anche qui della Confraternita d’Acciaio, siamo chiamati ad avere nelle nostre mani il fato di intere civiltà nei panni di un semplice corriere, ritrovatosi nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

Bethesda Game Studios ritorna allo sviluppo di un nuovo Fallout con il quarto capitolo canonico, che ritorna sul fronte orientale. Il setting è infatti la Boston del 2287, in cui sono forti i legami con il terzo episodio.
Il protagonista arriva stavolta dal Vault 111, dove è rimasto ibernato per più di 200 anni. E se in Fallout 3 lo scopo era ritrovare nostro padre, qui invece fulcro della nostra ricerca è recuperare nostro figlio, rapito dalla camera di stasi grazie al suo DNA “puro”, non contaminato dalle radiazioni.
E anche qui le fazioni con cui possiamo scontrarci o allearci sono molteplici. L’ormai onnipresente Confraternita d’Acciaio, che si oppone al segretissimo Istituto, che è stato in grado di diffondersi in tutta la regione grazie ai suoi synth, androidi in tutto e per tutto simili agli umani. Accanto a questi ci sono poi i Minutemen, sorta di guardia civile di volontari, e i Railroad, il cui scopo è la liberazione di tutti gli androidi, affinché robot e umani possano convivere pacificamente.

Infine, prima del prossimo Fallout (in arrivo prossimamente), abbiamo l’esperimento multigiocatore Fallout 76.
E sebbene a livello di critica e di pubblico non abbia avuto successo, per usare un eufemismo, Fallout 76 ha comunque alcuni meriti. Intanto ci mostra degli Stati Uniti pochissimi anni dopo la guerra atomica. Parliamo infatti del 2102, solo 25 anni dopo l’esplosioni nucleari.
Ed è in quest’occasione che gli abitanti del Vault 76 sono chiamati a uscire dal loro guscio di cemento e acciaio per ripopolare e ridare vita agli U.S.A. Tuttavia il mondo che si trovano davanti, il West Virginia, è un mondo profondamente cambiato e in rovina. Ci sono ghoul, supermutanti, animali mutati, mostri che sembrano usciti dal folklore.
Poi ci sono gli Ardenti, vittime folli e inarrestabili di un morbo misterioso e letale.
In questo contesto, con gli aggiornamenti arrivati poi nel tempo, si innestano anche le prime comunità di umani non fuoriusciti dai Vault. Accanto a questi abbiamo anche il primo nucleo della Confraternita d’Acciaio.

Warzone 2100 (1999)

E dopo l’enormità dell’universo di Fallout, torniamo a un titolo singolo come Warzone 2100 di Eidos Interactive e Pumpkin Studios. Arrivato alla conclusione del secolo scorso, Warzone 2100 è un mix di tattica e strategia in tempo reale.
Fra i motivi per cui lo ricordiamo, abbiamo il fatto che, da un certo punto in poi, è divenuto totalmente open source. Ciò ha significato l’accesso gratuito al codice sorgente del videogame.

Come dice il titolo, il periodo in cui si svolge quest’ennesima epopea post-apocalittica è il termine del XXI secolo. Le esplosioni hanno già devastato gli Stati Uniti, anche se forse la colpa non è stata di una vera e propria guerra. Si parla infatti di malfunzionamenti del NASDA (sistema di difesa degli U.S.A.) o addirittura di qualcosa di pù sinistro. Ma, comunque sia andata, ormai il mondo è in rovina.
E alcuni gruppi di specialisti vengono incaricati di recuperare pezzi di tecnologia per ravvivare la civiltà.
A opporsi a loro (e al giocatore) ci sono però diverse fazioni nemiche, dietro le quali si nasconde Nexus. Quest’ultimo è un virus informatico senziente, intenzionato a muovere le fila di quel che resta del pianeta.

Metro (2010-2019)

Nella lista dei videogiochi a tema guerra atomica, non poteva poi mancare la serie di Metro.
Con questa saga, dopo una stragrande maggioranza di opere ambientate in Occidente, ci spostiamo a est. Setting della trama sono infatti Russia e zone limitrofe, nuclearizzate durante un conflitto atomico. E non poteva essere altrimenti, visto che l’ispirazione per la serie videoludica arriva dagli omonimi romanzi dello scrittore Dmitry Glukhovsky.

Allo sviluppo dei tre capitoli che, allo stato attuale, compongono la serie troviamo 4A Games. Il publisher è invece Deep Silver (con THQ per quel che riguarda il primo episodio).
I tre videogiochi hanno la forma di first-person shooter. A questi si aggiungono elementi stealth con alcune componenti horror. A concluder il tutto abbiamo un sistema di scelte che condizionano come proseguirà la trama, fino alla sua conclusione.

I tre videogame della serie

Il primo episodio, Metro 2033, è uscito nel 201o e, come suggerisce il nome, si svolge nel 2033, 20 anni dopo il conflitto.
Tra le zone distrutte in tutto il globo dalla guerra, noi ci ritroviamo a vagare per la metropolitana di Mosca. Quest’ultima, labirintica e oscura, è preda di creature mutanti e fazioni che si danno battaglia per le poche risorse rimaste. E da sottovalutare non è neppure il pericolo delle radiazioni.
Nel videogame noi prendiamo il controllo di Artyom, giovane sopravvissuto che si ritrova invischiato in disastri e pericoli molto più grandi di lui. In particolare si ritrova ad avere a che fare con i Tetri. Questi ultimi sono esseri umani mutati e dotati di potentissime abilità psichiche.
Fortunatamente, Artyom non è solo. Può infatti contare sull’aiuto dei Ranger nel corso dell’intero titolo.

Metro: Last Light, che si svolge un anno dopo il precedente, è uscito invece nel 2013 e segue ancora una volta le vicende di Artyom.
I Tetri sono stati sterminati e Artyom è diventato un Ranger, e si trova nel D6, edificio militare adibito a bunker viste le sue capacità difensive. Peccato che il D6 rischi di diventare preda di due fazioni nemiche: il Quarto Reich (di stampo nazista) e la Linea Rossa (di discendenza sovietica).
Intanto, in superficie, un Tetro è sopravvissuto. La missione di cui viene incaricato Artyom è trovarlo e ucciderlo, peccato però che si tratti di un bambino.
Tra i conflitti fra le varie fazioni, una versione del virus ebola mutato e molti altri pericoli, Artyom scopre anche del suo profondo legame con i Tetri. Questo prima di arrivare alla conclusione del secondo capitolo, quando si ritrova nuovamente a dover prendere una scelta difficilissima.

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Infine abbiamo Metro Exodus, del 2019. Nel capitolo conclusivo troviamo nuovamente Artyom che (è il 2035) s’imbarca in una nuova missione con la moglie Anna. È così che scoprono l’esistenza del treno Aurora, che si muove sulle rotaie dell’intero Est Europa.
Lo scopo del viaggio dei due è trovare altre sacche di umanità, e grande è la loro sorpresa nello scoprire quanti umani ancora sopravvivano in tutto il globo.
Certamente, anche in questo non mancano scelte da prendere, difficili e segnanti, mentre il destino finale di Artyom si lega a quello del gruppo noto come Ordine degli Spartani.

Call of Duty: Ghosts (2013)

A proposito di sparatutto in prima persona, nel nostro viaggio tra videogiochi e guerra atomica dobbiamo fare una sosta nel vasto universo dei Call of Duty. In questo titolo della serie di Activision, con lo sviluppo dei veterani Infinity Ward e Raven Software, arriva il tema del conflitto nucleare.

È infatti nella campagna principale che troviamo il Medio Oriente distrutto da ordigni atomici.
Nel frattempo i paesi sudamericani produttori di petrolio, in uno sforzo congiunto, occupano l’America centrale, i Caraibi e il Messico. Ciò consente loro di aumentare il proprio potere e la propria influenza sull’area. Questo gruppo di stati, resi potentissimi anche economicamente dal fatto di essere fra i pochi possessori di giacimenti di petrolio rimasti al mondo, sono la Federazione.

Ma non si tratta solo di attacchi nucleari. Infatti la Federazione è stata in grado di entrare in controllo del sistema di difesa orbitale ODIN. Sfruttando quest’ultimo e le sue armi di ultima generazione, la Federazione ha iniziato ad attaccare molteplici città sudoccidentali degli U.S.A.
Questo avveniva nel 2017.

È poi nel 2027 che prosegue la storia, che vede protagonisti i Ghosts del titolo. Questi sono un gruppo di forze speciali statunitensi, specializzato in azioni segrete in contesti di guerra letali per la maggior parte dei militari.
Così ci ritroviamo a prendere il controllo di diversi membri del gruppo, in diverse missioni in giro per il mondo. Si va dai resti di Santa Monica a Las Vegas, fino a Rio de Janeiro e una piattaforma petrolifera in Antartide.

Cyberpunk 2077 (2020)

Concludiamo la nostra carrellata con un titolo relativamente recente, ovvero Cyberpunk 2077 di CD Projekt RED.
Tralasciamo le sensatissime e giustificatissime polemiche mosse ai danni dell’opera a causa dapprima del ritardo, e poi per le condizioni in cui è stato rilasciato. Così come non prendiamo in esame i tentativi di publisher e sviluppatori di mettere una pezza ai molti problemi. Tuttavia di recente, con l’arrivo del nuovo aggiornamento, il titolo sembra essersi riscattato.
Limitiamoci unicamente alla valenza storica del titolo.

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Dunque, Cyberpunk 2077 prende avvio dall’originale (e quasi omonimo) Cyberpunk (poi Cyberpunk 2020). Si trattava di un gioco di ruolo di stampo classico: dunque da giocare in real life, con carta e penna e seguendo le indicazioni del manuale.
E tuttavia il nucleo delle vicende e del gameplay era quasi il medesimo da cui prende avvio il videogioco di CDPR.
Cyberpunk 2077 è infatti un action RPG in cui diverse fazioni si contendono il controllo della futuristica megalopoli di Night City, per la maggior parte in mano a multinazionali e corporazioni.

Per ciò che riguarda l’ambientazione, alle spalle delle luci al neon, degli impianti sottocutanei, delle auto superveloci e della patina ultracapitalistica, abbiamo anche in Cyberpunk 2077 un conflitto atomico.
Dapprima abbiamo infatti avuto la guerra che ha opposto diverse multinazionali che, per il controllo di risorse ed economie mondiali, si sono sostituite a nazioni e paesi liberi. Sfruttando eserciti di mercenari e armi di distruzione di massa, hanno definitivamente portato al collasso l’intera civiltà.
E se già questo non fosse abbastanza, abbiamo anche gli attacchi terroristici di John Silverhand (interpretato da Keanu Reeves) ai danni della compagnia Arasaka.

Dunque altre bombe atomiche a portare distruzione in tutto il pianeta e sulla fugace Night City.
Ed è qui che noi utenti ci ritroviamo a vivere con il nostro alter ego, V. Qualunque sia la nostra storia, le nostre scelte, le fazioni con cui decidiamo di schierarci, gli upgrade che decidiamo di impiantarci, John Silverhand e le sue scellerate azioni rimangono costantemente come un fantasma nella nostra vita.

Una riflessione

E con questo si conclude il nostro viaggio storico di oggi. Abbiamo voluto conoscere, approfondire e rievocare pezzi di storia videoludica, fra videogiochi, guerra atomica e paure ataviche di devastazione globale.
Per questo motivo, non vogliamo lasciarvi andare senza un’ultima riflessione.
Certamente era difficile recuperare tutti i videogame che abbiano trattato un tema serio come i conflitti nucleari. Anche perché il sottogenere post-apocalittico e apocalittico è quantomai fiorente negli ultimi anni tanto quanto fu nel periodo della Guerra Fredda e post-Guerra Fredda.

Questo perché, con tutta probabilità, non c’è nulla di più pericoloso dell’umanità stessa.
Potremmo parlare infatti di invasioni aliene, demoni e mostri da altre dimensioni, asteroidi e quant’altro. Ma nulla è temibile quanto l’umanità che uccide se stessa.
Ed ecco dunque anche il fiorire di un altro sottogenere di videogame post-apocalittici, la cui origine apocalittica è da ricercare ancora una volta nelle azioni umane. Queste ultime però non sono legate a conflitti atomici, ma a disastri scientifici ed ecologici. La nostra mente potrebbe andare alla serie di Horizon o al titolo indie Golf Club Wasteland.

Autoconservazione, questa sconosciuta

Ma, dicevamo, nulla è temibile quanto l’umanità stessa. Si tratta di qualcosa che, anche a livello comportamentale, va contro il principio di autoconservazione.
Ovviamente, possiamo svicolare da questo concetto parlando di un’autoconservazione che diventi unicamente rivolta alla propria nazione, al proprio popolo, o magari unicamente a noi stessi. Pensiamo alla piccola comunità di Megaton o della Torre di Tenpenny, perse nelle Wasteland di Fallout 3. O pensiamo ai due fratelli di Double Dragon, o ancora agli ultimi scampoli di umanità di Metro.

Questi elementi, più o meno sapientemente mixati, divengono le storie di cui abbiamo appena fatto un (lo ammettiamo) lunghissimo excursus. Un excursus che però abbiamo ritenuto necessario, soprattutto in vista di questa seppur minima conclusione.
Perché vogliamo porvi di fronte agli apparenti limiti di queste storie apocalittiche e post-apocalittiche. Abbiamo sempre (solitamente) due fronti contrapposti, umanità ridotta ai minimi termini, un eroe (o al massimo uno sparuto gruppo) chiamato a sostenere le sorti dell’intera storia, e infine abbiamo delle civiltà non più in grado di risollevarsi dal loro baratro.

Però, ed è qui il nocciolo della questione, sarebbe facile bollare tutto questo come semplici limiti.
Ciò che pensiamo è che, al di là dell’oggettiva banalità e scrittura dozzinale di alcune opere del genere, non si tratti di stereotipi. Piuttosto siamo di fronte ad archetipi: vecchi come la storia stessa o almeno, in questo caso, vecchi come il primo uso di ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.
Abbiamo così gli stessi modelli, che vengono reiterati di opera in opera. Night City, i nemici ignoti, le mostruosità mutate dalle radiazioni, sono il ricettacolo delle nostre paure più ataviche.
E non sono (a differenza di quanto avviene in game) qualcosa da affrontare e cancellare dall’esistenza. Piuttosto sono qualcosa di cui abbiamo estremo bisogno. Ci servono per elaborare la realtà attorno a noi e per analizzare noi stessi.

Alla prova dei fatti sono dei feticci apotropaici. In questi oggetti, in questi simboli, riversiamo tutte le nostre paure, così da renderle qualcosa di distinguibile e distante da noi.
Solo così, almeno temporaneamente, possiamo liberarcene. Questo fin quando non potremo liberarci dell’effettiva paura che ci coglie ogni volta che chiudiamo i nostri libri, spegniamo le nostre TV, le nostre console, i nostri PC.
E diamine se ne abbiamo bisogno.

solitudine videogiochi

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